Da Santarcangelo dei Teatri, “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni” di Deflorian/Tagliarini

di Matteo Valentini

In un appartamento della periferia di Atene quattro pensionate greche decidono di togliersi la vita: vodka e sonniferi costituiscono la sicurezza di una morte sicura, pulita e indolore. Fuori dall’appartamento c’è la Grecia del 2011 e della crisi economica. Questa immagine è tratta dalle prime pagine de L’esattore, romanzo dello scrittore greco Petros Markaris; da qui partono Deflorian e Tagliarini per il loro spettacolo, che nel titolo richiama il messaggio lasciato dalle quattro signore sul tavolo del salotto: Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni.

Più che una trasposizione teatrale del romanzo di Markaris, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni è la storia di una messa in scena fallita – alla Moretti, si potrebbe dire-. Daria Deflorian fa il suo ingresso insieme a Piseddu, Tagliarini e Villa: la scena essenziale -solo un tavolo e qualche sedia iluminati dal neon-, i loro vestiti dimessi, gli sguardi mesti e incerti danno subito l’idea di un forte disagio. L’attrice, dopo aver raggiunto il proscenio, osserva sconsolata la platea e dice «Mi dispiace, non so come dirvelo, ma non siamo pronti».

Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni

L’idea, spiega, sarebbe stata quella di partire dall’episodio inventato dal romanziere greco e raccontare le storie delle quattro pensionate, insieme ai motivi che le hanno spinte al suicidio. Si sarebbe dovuto rappresentare, inoltre, la nettezza del rifiuto di continuare a sopravvivere in una società incapace di occuparsi dei deboli e, contemporaneamente, sottolineare la forza della proposta politica di un suicidio (ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni), che permette di sollevare il proprio gruppo, la propria pòlis, da un peso percepito come inutile: gli anziani. Sarebbe stato necessario, continuano gli altri attori, far percepire la crisi greca senza inoltrarsi nella selva di dati specifici, ma rievocando quadri di vita quotidiana in declino: le seracinesche chiuse, gli annunci VENDESI, i piccoli commercianti sul lastrico. Impossibile, dicono ad uno ad uno, mettere in scena tutto questo con chiarezza e nessun piagnisteo, soprattutto se si scopre che avvenimenti simili non appartengono solo ai libri: a Macerata tre pensionati si uccisero proprio con sonniferi e rhum, lasciando un biglietto con su scritto “Perdonateci”. A questo punto ci si chiede cosa possa fare il teatro di fronte al reale, che cosa possa aggiungere una cosa finta a una vera e, nel caso riesca ad aggiungere qualcosa, come rappresentarla. Un gesto essenziale che racchiuda tutto: è questo che servirebbe e che manca, secondo gli attori.

Mentre lo spettacolo si modella intorno all’ “avrebbe potuto essere” e avanza riflessioni e spunti su consumo, decrescita, suicidio e teatro, Deflorian, Piseddu, Tagliarini e Villa rappresentano senza soluzione di continuità ora quattro anziane signore, ora quattro attori in crisi di fronte alla loro interpretazione. In lunghi ed efficaci monologhi si attivano delle corrispondenze tra inquietudini rivolte al futuro e quelle al passato o tra visioni quotidiane della crisi o, infine, tra diversi caratteri, che non sempre si possono attribuire con certezza agli artisti o alle signore. Si creano così quattro personaggi profondamente diversi, ben caratterizzati dai monologhi intrecciati, che evitano di scadere nel “macchiettismo”, grazie soprattutto all’ironica preterizione di fondo che permette di spostarsi facilmente da un tono drammatico a uno comico, dal ricordo di tragedie reali alle buffe sfuriate di Piseddu contro il sirtaki e i suoi esclamati “Opa”.

Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni riesce a parlare di un problema quotidianamente sviscerato dai media internazionali in un modo franco, umano e onesto. Ci ricorda che, nascoste dietro all’aumento dell’IVA al 23% e al taglio alle pensioni, ci sono persone e non debiti, vite e non soldi. Il gesto essenziale capace di spiegare tutto è racchiuso nella scena finale, preparata con calma: gli attori indossano indumenti femminili neri, si coprono i volti con un passamontagna neri senza aperture e calano sul capo quattro parrucche tagliate corte. Davanti al pubblico appaiono così quattro sinistri manichini muti. Il neon si spegne. Opa.

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