Erano tutti miei figli: il passato che ritorna

di Massimo Milella

Miller

“[…]Tutto
è ancora rimasto
quale mai l’avevo lasciato.”
(Ritorno, Giorgio Caproni)

 

Erano tutti miei figli, datato 1947 e primo storico successo del celebre drammaturgo di Washington, Arthur Miller, esercita ancora oggi un fascino indubbio, nonostante i quasi settant’anni che separino l’allestimento del Teatro Stabile di Catania, in collaborazione con la Doppia Effe Production di Rigillo, dal suo debutto trionfale a Broadway, in una ormai lontana fredda sera di gennaio.

Per la carriera del drammaturgo Miller, si trattò di un vero trampolino di lancio, di lì a poco superato dal più noto Morte di un commesso viaggiatore, di cui Erano tutti miei figli, per stessa ammissione dell’autore, fu una sorta di preparazione, almeno sul piano concettuale e di tecnica drammaturgica.
Nel laboratorio giovanile dello scrittore, infatti, fino ad allora, avevano avuto la priorità trame svariate ma slegate tra loro, in cui la storia era un mero pretesto per considerazioni sociali, culturali, applicazioni in forma drammatica di proprie riflessioni. E il mondo in cui il giovane Miller amava muoversi era quello di un giovane che non disdegnava il lavoro nei cantieri navali, si emozionava per le rappresentazioni dei pionieri del Group Theater di Strasberg – amò un antico Casa di bambola di Ibsen per la regia di Jed Harris – raccoglieva testimonianze sonore di lingue e dialetti nelle campagne americane, scriveva sulla rivista marxista “New masses”, tramite la quale partecipò con coraggio e lucidità pasoliniane ad un celebre dibattito intitolato Should Ezra Pound be shot?.

In Erano tutti miei figli invece l’obiettivo sembra incentrarsi su un aspetto finalmente diverso: “Cominciai a sentire che ciò che avevo scritto fino allora, come pure la maggior parte dei lavori di teatro che avevo visto, erano stati scritti per la rappresentazione, quando invece avrebbero dovuto essere scritti come una sorta di testimonianza, la cui importanza sorpassava di gran lunga il fatto teatrale”.
Un primo atto lento – lo stesso Miller lo definì “ibseniano” –, in cui il passato oscuro della potente famiglia Keller si insinua attraverso rari ed oscuri squarci che minacciano una quotidianità fatta di apparente equilibrio, in un contesto di ricchezza e di agio; un secondo più aspro che culmina improvvisamente in un acme drammatico, in cui il passato diventa protagonista e presenta il conto salato del tragico segreto del capofamiglia e capitano d’industria Joe Keller, responsabile di aver consapevolmente inviato all’esercito, durante la guerra, dei pezzi di aeroplano difettosi e quindi di aver causato la morte di ventuno giovani piloti; un terzo che declina in tragedia le conseguenze di una verità inaccettabile, con la presa di responsabilità da parte degli altri personaggi, loro malgrado coinvolti e complici del crimine di Joe e con il suicidio dello stesso capofamiglia, fuori scena, esplicito riferimento alla tragedia classica.

La tenuta di questo dramma lineare ed elegante è affidata, nell’allestimento dello Stabile catanese, alla collaudata regia di Dipasquale, scuola Silvio d’Amico e quasi trent’anni di esperienza nella direzione di spettacoli di prosa che adottano il testo drammaturgico come auctoritas a cui aderire fedelmente.
Infatti, a parte il taglio di un personaggio minore, Bert, un ragazzino che compare solo nel primo atto, la fusione tra secondo e terzo atto e minimi ritocchi nel lessico, grazie alla chirurgica e solida traduzione dell’anglista Masolino d’Amico, l’opera viene restituita sostanzialmente integra, con una piccola concessione registica, posta proprio all’inizio del dramma: una scena muta in cui il rumore di una bufera di vento si mescola a quello di un rombo di aereo, mentre Kate Keller, la madre, assiste disperata allo squarcio di un ramo dell’albero del proprio giardino, coltivato tre anni prima, per ricordare la scomparsa in guerra di Larry, il loro figlio mai rientrato dal fronte. Solo un’immagine. Poi comincia il dramma.

Ma per una tenuta drammatica del testo di Miller, la assoluta fedeltà all’originale potrebbe non bastare. Ci vuole una compagnia di attori all’altezza, che sappia ricreare quella “mancanza di rapporto” tra i personaggi in scena, quella solitudine diffusa che Miller definì come la fortezza a cui Erano tutti miei figli cinge l’assedio. In questo ambito, forse, l’allestimento può esporsi a riflessioni controverse: quasi tutto il cast di Mariano Rigillo sembra uscito dalle pagine dell’indimenticabile Il teatro all’antica italiana di Sergio Tofano.
Inizialmente lo spettatore contemporaneo resta fatalmente disorientato dalla tendenza di quasi tutti gli interpreti ad accompagnare le proprie parole con dei gesti che, in qualche modo, ne sono una rappresentazione visiva, ma con l’evolversi delle scene, la scelta di tecnica attoriale di per sé archeologica e certo non sperimentale, si rivela interessante, perché contribuisce ad invecchiare consapevolmente la situazione raccontata, cristallizzandone l’episodio specifico, con l’effetto di amplificare il carattere atemporale delle considerazioni umane e filosofiche che suscita.

Il decrepito e letterario concetto del teatro borghese viene rivitalizzato da un’operazione attoriale di grande umiltà ed efficacia che consente al pubblico di seguire con chiarezza le evoluzioni della trama e gli stati umorali alterni dei personaggi, tra i quali sono ben dissimulati i rapporti personali che intercorrono tra gli attori stessi. Mariano Rigillo, infatti, è nella realtà il compagno di Anna Teresa Rossini, che interpreta Kate, sua moglie; suo figlio, Chris, è il vero figlio di Rigillo, e la sua promessa sposa, Ann, è la bravissima Silvia Siravo, figlia della Rossini.
Una famiglia teatrale atipica, dunque, che offre uno spettacolo antico, fatto forse più di forme che di sostanza, innervato da tensioni genuine e senza tempo in grado di ricreare, più con la testa che con la pancia in verità, l’universo filosofico del Miller, trentenne nell’immediato dopoguerra.
Erano tutti miei figli diventa così un luogo d’osservazione, algido e spettrale, come una sala chirurgica, in cui gli attori sono ferri del mestiere e ai dialoghi di Arthur Miller, così ibsenianamente capaci di incarnare azioni, si delega la possibilità di emozionare.
Ma se su un piano puramente emotivo, lo spettacolo sembra far fatica a colpire in profondità, su quello intellettuale coinvolge ed interessa. E non è poco.

 

ERANO TUTTI MIEI FIGLI
di Arthur Miller
versione italiana Masolino d’Amico
regia Giuseppe Dipasquale
interpreti Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Ruben Rigillo, Silvia Siravo, Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Annalisa Canfora, Giorgio Musumeci
scene Antonio Fiorentino
costumi Silvia Polidori
luci Franco Buzzanca
produzione Teatro Stabile di Catania e Doppiaeffe Production s.r.l. Compagnia di Prosa

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: