Nel Lago dei Leoni – Le estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi: la Voce dei Marcido

di Massimo Milella

Foto Daniela Dal Cin

Foto Daniela Dal Cin

“è del poeta il fin la maraviglia”
Giambattista Marino

 

Invitato ad aprire la sesta edizione del festival Testimonianze ricerca azioni del Teatro Akropolis, il gruppo torinese Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa sembra vivere con una certa autorevolezza i suoi quasi trent’anni di ricerca teatrale.
A partire dal lontano debutto del 1986 con una rielaborazione delle Serve di Genet, le creazioni di Marco Isidori, la vocalità rara di Maria Luisa Abate e gli allestimenti immaginifici dell’apprezzata Daniela Dal Cin – due premi Ubu vinti e due nomination – continuano ad affrontare con disinvoltura i mutevoli umori di critica e pubblico, conducendo un lavoro di eccezionale solidità artistica.
E diventa una grande occasione andarli a vedere, grazie alla programmazione di Tafuri e Beronio, ideatori e direttori artistici di questo prezioso festival genovese che per un mese consente al glorioso quartiere di Sestri Ponente di diventare un crocevia importante del teatro di ricerca in Italia.
La proposta dei Marcido è duplice: giovedì con Nel lago dei leoni – dalle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, personale estratto di Isidori dai resoconti delle visioni di una celebre santa del Cinquecento, e venerdì con Loretta Strong del drammaturgo Copi.

Nel lago dei leoni 1Nel lago dei leoni è un’esperienza attoriale preziosa. La macchina scenica costruita dalla Dal Cin è agita in uno spazio volutamente irreale. Una sedia sospesa in aria e sostenuta da catene di metallo in bella vista ad una struttura che funge da fondale per la scena e che appare come una sorta di grande pergamena bianca che attenda di essere scritta.
Da un lato il vuoto di questa ideale carta è un esplicito omaggio ad un contesto storico e letterario da cui la vicenda è tratta, dall’altro è anche emblema di un personaggio, una suora del Cinquecento prodiga di visioni, deliri e farneticazioni mistiche, che nulla scrisse di suo pugno ma le cui tormentate e scandalose riflessioni sull’amore per il suo Dio furono accuratamente annotate dalle suore sue compagne di clausura in un monastero a Firenze, nel bel mezzo della calda età della Controriforma. In una ideale reincarnazione, l’attrice che la interpreta ne ricostruisce l’icona e il pubblico diventa testimone di un miracolo.
I colori prevalenti sono il bianco dello sfondo e del vestito di Maria Maddalena e il metallo delle catene che sostengono la scena; i piani però sono due: uno, il principale, è quello dell’attrice, frontale e centrato sulla sedia; l’altro è destinato a tre attori mascherati che, facendo capolino alle spalle della struttura della Dal Cin, in coro, scandiscono la vicenda della santa dotandola di cronologia e contestualizzazione.
Nel lago dei leoni 3Le farneticazioni di Maria Maddalena sono in perfetto stile Marcido Marcidorjs, con la Voce protagonista di un concerto sonoro in cui l’incarnazione del personaggio evocato trova nella voracità barocca della eccezionale attrice Abate un porto da cui salpare verso una sfida tutt’altro che vinta in partenza: la condivisione con il pubblico.

“La voce è un’ipotesi”, scrive la stessa Abate nel prezioso documento contenuto nel volume relativo al festival, curato sempre dai fondatori di Akropolis, un capitolo di illuminata onestà intellettuale che è anche, oltre che una piacevole lettura, una lezione pratica importante per imparare a cogliere il senso dell’uso della voce e della parola, per questa storica compagnia di ricerca.
Un percorso artistico che, di fatto, vuole esimersi da un’analisi critica tradizionale: devono cambiare gli strumenti di percezione, oltre che lo stesso vocabolario. L’aspetto drammaturgico di questo Nel lago dei Leoni, per esempio, sceglie una direzione assai peculiare, visto che gli estratti delle farneticazioni della santa, elaborati da Isidori, non seguono uno sviluppo narrativo, non ascendono verso una climax, non si sottopongono ad alcun meccanismo logico tradizionale e si presentano piuttosto come carrellate di immagini, autosufficienti e giustapposte una di fianco all’altra, come tessere di un perfetto mosaico sonoro.
O come singole voci di un coro.
Tale struttura non permette, di certo, un facile ascolto e si espone considerevolmente al rischio di perdere per strada una parte del pubblico, ma è una scelta coraggiosa e oculata, consapevolmente sostenuta da un artista come Isidori che, nel suo personale contributo al citato volume di Testimonianze ricerca azioni, ritiene che “Madame Drammaturgia e Monsieur Teatro dovrebbero divorziare per incompatibilità di carattere!”.
La Abate evoca immagini emozionanti, non si isola nel suo farsi Voce e, con una forza che davvero a molti tra il pubblico ricorda esplicitamente Carmelo Bene, alterna un latino ecclesiastico e semplice ad un elegante italiano.

Tre quarti d’ora che avvolgono il pubblico curioso dell’Akropolis, diviso tra la sensazione di partecipare ad un evento mistico di proporzioni epocali e quella di essersi persi per qualche istante a riflettere su una bella parola, uno sguardo intenso, un ragionamento contorto e seducente.
Alla fine, considerati in fondo utili solo a rifiatare gli inserti dei tre attori mascherati, pur affascinanti, nella loro funzione metanarrativa, il pubblico segue in affanno gli ultimi spasmi della santa, intervallati da improvvisi inserti audio di un coro paradisiaco che ne interrompe ritmicamente la voce. E quando tutto finisce, il rispetto per il lavoro di Abate, Dal Cin, Isidori e del resto della compagnia prevale sull’intimo dispiacere di essersi in fondo persi qualcosa e, forse, qualcosa di importante.
Come se nella vita, invece, fossimo capaci di cogliere tutto. A teatro vorremmo pretenderlo e senza fatica.
Ma sostiene la Abate “signore dell’interprete Marcido è lo sforzo”. Anche del pubblico di Marcido, aggiungiamo noi, sull’altare di quella che Isidori chiama con grazia Porca Madama Complessità.

 

NEL LAGO DEI LEONI – dalle Estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi
regia Marco Isidori
con Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Valentina Battistone, Stefano Re
scene e costumi Daniela Dal Cin
produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa con il sostegno del Sistema Teatro Torino

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