Da Shakespeare a Ionesco, intervista con Valerio Binasco

a cura di Marta Cristofanini e Matteo Valentini

 

Grazie alla generosa, piacevole intercessione dell’ufficio stampa del Teatro della Tosse, intervistiamo Valerio Binasco dopo alcuni giorni passati nella sala Campana ad assistere alle prove de La Lezione di Ionesco. Un’anticamera necessaria per percepire il legame chiaro e immediato che il regista instaura con i suoi attori, per osservare direttamente la crescita di uno spettacolo come La Lezione. Binasco ci accoglie in mezzo al palco, sul tavolo protagonista della messa in scena, sul campo di battaglia fra la Ragazza e il Professore e fra la vita e la morte.

Valerio Binasco

Valerio Binasco

Matteo: Hai messo in scena per diversi anni testi di Shakespeare e ora ti vediamo compiere una svolta, un’inversione a U verso il teatro dell’assurdo, verso Ionesco. A questo punto sorge una domanda: quando è che un testo chiama Valerio Binasco per essere messo in scena?

VB: Si potrebbe dire che un testo attira la mia attenzione con un vero e proprio richiamo, che si manifesta sotto forma di dettaglio o di immagine non legati alla letteratura, ma alla sfera della verosimiglianza – per usare una parola da anni bandita dal linguaggio artistico. Con un gesto, una frase, una parola, i personaggi escono dal dominio della letteratura e diventano persone. A un tratto, questo dettaglio iniziale prende a contaminare ogni cosa e all’improvviso non mi ritrovo più davanti ad un’opera letteraria, ma a una storia capitata a qualcuno. Se poi questa storia va a toccare situazioni, ricordi, immagini che mi appartengono, sento il bisogno di vederla davanti a me. Nei giorni in cui stavo rimuginando sulla Tempesta, mi è venuto sotto gli occhi un servizio sui clandestini e lì dentro ho visto la foto di un padre tutto stracciato con il suo bambino in braccio e ho pensato: questo è Prospero. Non faccio letteratua, né cultura, ma quacosa che racconti con passione la favola della vita.

Marta: Ionesco ed in generale il Teatro dell’Assurdo richiamano l’idea di un’atmosfera disincarnata, sospesa, quasi atemporale. Tu invece descrivi lo spettacolo come “una storia umana, piena di stranezze affascinanti e di comicità”. Come è avvenuta questa umanizzazione del testo e come hai creato questa empatia (in sala durante le prove si rideva molto) tra scena e pubblico?

VB: Non ho molta simpatia per il teatro dell’assurdo: trovo in generale che ogni maschera stilistica sia irritante, letteraria. E poi la vita di per sé è assurda, non ci vuole un “teatro dell’assurdo” per farcelo scoprire e per parlarne. Io sono rimasto affascinato dalla Lezione perché è una storia forte, la storia di un omicidio. Avevo appena finito di leggere Storia di un lupo mannaro di Lessing Theodor: parla di un uomo che assassinava ragazzine. La storia, benché tremenda, era accompagnata da improvvisi squarci comici teoricamente insospettabili in una narrazione del genere. Mi ha ricordato moltissimo La Lezione. Mi è sembrata una storia vera. Ionesco è poi uno scrittore comico e la storia che sceglie di raccontare è credibile, commovente. Per me è molto importante il personaggio della Ragazza: il fatto che venga uccisa è un’esperienza toccante per il pubblico e gli attori, uno di quei momenti in cui si prova un’immensa, dolce pietà per il mestiere dell’attore.

Matteo: Nel Sogno, nel Mercante di Venezia, la scenografia era molto essenziale e così anche in Romeo e Giulietta, nonostante ci fossero molti oggetti sul palcoscenico. Qui per La Lezione hai ricreato un salotto quasi da teatro borghese. Ci spieghi questo scarto?

VB: Ci siamo effettivamente avvicinati al teatro borghese quando abbiamo pensato la scenografia per La Lezione, ma ce ne siamo anche allontanati quando abbiamo deciso di rendere questo salotto palesemente finto e precario. Penso alla scenografia come a una macchina per immaginare, che crea realtà possibili all’interno dello spettatore, non come installazione artistica a sé stante, né come a una fedele riproduzione della realtà. Con questa scenografia ho voluto duellare con Ionesco: lui avrebbe voluto ingabbiarmi nel suo stile burattinesco e io l’ho costretto in un salotto che rimanda al reale, ma che è anche clamorosamente finto. Inoltre, per fare emergere il carattere surreale dell’opera, avevo bisogno di fornirle una contraddizione di realtà molto forte, che creasse un cortocircuito. In questo ho seguito ciò che afferma Camus nel Mito di Sisifo: «L’assurdo ha senso soltanto se gli si nega consenso». Se avessimo proposto una scenografia surreale, con una regia e una recitazione surreali, avremmo sicuramente fatto gli ossequi ad un genere letterario, ma non avremmo mai parlato di niente.

Marta: Oltre ad essere regista, sei anche attore: quanto influisce questa tua formazione nel lavorare su e con gli attori? Che qualità cerchi in loro? Come è stato nella fattispecie lavorare con il trio della Lezione?

VB: Il teatro è l’attore. L’attore è colui che prende su di sé il carico delle cose che dice e che agisce. Il mio rapporto con loro è costante, ossessivo, doloroso anche, felice. Il teatro è il luogo della recitazione altrimenti è solo feticismo. La tridimensionalità è data dalla risonanza interiore dell’attore. Per questo non amo il teatro di regia: possono esserci delle scene sbagliate ma giuste per l’attore che le sta interpretando: bisogna lasciare libertà di fare agli attori, solo in questo modo l’attore scelto diventa unico, insostituibile. Per lo stesso motivo ho scelto di lavorare con questi tre attori di cui ho molta stima. Elena Gigliotti ha fatto pratica con me in altri spettacoli, lavorando nella Popular Shakespeare Kompany. Conduce una ricerca affine alla mia, fondata sull’osservazione della realtà. Ha una presenza forte, sa essere comica e tragica. Giochiamo molto sul rapporto che lei sente di avere con me, da allieva, che può ben utilizzare anche in questo ruolo. Con Franco Ravera siamo anche amici da molto tempo, è stato il protagonista del mio unico film, girato qui a Genova. Nonostante il corpo massiccio, quasi minaccioso, è in grado di comunicare, poesia, tenerezza; il ruolo di Marius nel testo originale era ricoperta da una donna, una governante, per cui avevo bisogno di una presenza scenica da cui potesse emergere una sorta di dolcezza dolorosa. Enrico Campanati lo avevo conosciuto in Sonno, prodotto dal Teatro della Tosse nel 2010, anche lì recitava la parte di un vecchietto. E’ un attore di grande talento, lo considero uno dei valori della Tosse e di Genova, lo ringrazio per la sua grande disponibilità dimostrata nel lavoro insieme.

Matteo: Apriamo per un secondo il capitolo cinema. Abbiamo visto che durante le prove attingi ad un linguaggio strettamente cinematografico. Cosa recuperi dal mondo del cinema per la tua regia?

VB: La gente mi chiede spesso perché non mi cimenti con una regia cinematografica e io rispondo sempre che già lo faccio, ma col teatro. Possiedo un immaginario fortemente cinematografico: lavoro per inquadrature, per carrellate, sto molto attento al montaggio, cioè a come uno spettatore possa percepire un primo piano su un attore o una carrellata. Non è il caso della Lezione, dato che ci sono solo tre personaggi, ma di solito utilizzo montaggi incrociati di più eventi che accadono contemporaneamente: un esempio è Romeo e Giulietta. Inoltre, ai libri sul teatro preferisco quelli sul cinema: per un periodo ho letto moltissimo i libri di Robert Altman, da cui ho imparato, per esempio, a non avere paura delle scene di massa, in cui i personaggi parlano tutti assieme. Ma il regista a cui mi riferisco continuamente è Charlie Chaplin.

Marta: Passiamo ora ad una domanda politica. Cosa ne pensi della nuova riforma dei teatri? In che modo ti colpisce o prevedi che possa coinvolgerti?

VB: È già un peccato dover legare questi due termini, teatro e politica… Comunque, prima era uno schifo: in generale, l’invasione mediocre ed interessata degli spazi teatrali da parte della politica sta paralizzando tutto. Perché alla politica non gliene frega nulla del teatro. I Teatri Nazionali si sono trasformati in degli “stipendifici”, con poca attenzione per ciò che viene prodotto sul palco. Bisognerebbe piuttosto trovare maggiore occupazione per chi lavora nel teatro: attori, scenografi, registi, tecnici, costumisti…quindi, visto lo scenario, forse era giunta l’ora che si facesse una legge vera! È pieno di direttori-pseudoregisti pessimi, che fanno del male al teatro, perché trasformano il teatro pubblico in teatro partitico. Per quanto riguarda Genova nello specifico, ho fiducia in un cambiamento positivo: credo nella nuova coppia Pastore-Sciaccaluga, ad esempio, così come sono contento per la nomina ricevuta dal Teatro della Tosse. Genova è una città straordinaria, dei bellissimi teatri: eppure è come se vivesse dei trionfi del suo passato, senza guardare avanti. Vive chiusa, ripiegata su se stessa. Manca la festa. Invece deve credere nel proprio futuro, ha cose bellissime da raccontare.

 

 

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: