Por la vida: una denuncia appassionata scuote il palco dell’Altrove

di Marta Cristofanini

1porlavida

L’inizio dello spettacolo è cauto, incorniciato da luci soffuse: un tango, mollemente sfiatato dalla fisarmonica di un musicista in scena, accompagna indolente i movimenti dapprima trasognati, poi sempre più decisi di una danzatrice in rosso che, dando le spalle al pubblico, lascia scivolare sinuosamente le gambe, ondeggiando abbracciata ad un cappotto appeso all’attaccapanni. È dunque già il richiamo di un’assenza ad accoglierci quella sera al Teatro Altrove, una danza con fantasma, quasi a voler annunciare gli scomparsi e le scomparse che andranno a colmare via via il palcoscenico della loro presenza. Il movimento stesso delle gambe nel tango denuncia già quell’acre nostalgia ma anche quell’ostinazione che caratterizzano le protagoniste ed i protagonisti della narrazione: un codice basato su di un allontanamento ed un avvicinamento continui, tentativi di partenze che solcano il tragitto in circonferenze e che si risolvono invariabilmente in ritorni: si riaccostano, sussurrano, si sfidano, si intrecciano, ripartono, in un inesauribile dialogo muto.
Due attrici in scena, Elena Dragonetti e Raffaella Tagliabue di Narramondo Teatro, associazione che si occupa di teatro civile di narrazione e che è stata fondata da Nicola Pannelli e Chiara Capini; l’associazione – che oggi ha sede proprio al Teatro Altrove – è nata a Genova nel 2001, durante le manifestazioni anti-G8, fatto che le permette di affondare le proprie radici in un terreno dichiaratamente politico, così come politiche sono le storie che sceglie di testimoniare.

Nella storia, due amiche: una diretta a Buenos Aires, famelica di un’avventura solitaria in terra argentina, con l’intenzione di partecipare a lezioni di tango con ballerini provenienti da tutto il mondo; l’altra è colei che resta ed attende, una Penelope che si farà fedele testimone dell’esperienza dell’amica, custode dei suoi racconti, partecipe benché lontana. Entrambe contribuiranno al progredire della narrazione, in uno scambio di lettere sempre più serrato, dove il racconto si fa azione e viceversa. Ad unire il tutto sono le note malinconiche e suadenti di Max De Aloe, musicista e volubile incarnazione di spettri ed interlocutori diversi: l’anima musicale dell’Argentina insomma, canto della sua ribellione ed indispensabile accompagnamento delle milonghe notturne, intente a ricucire le ferite di un paese che non può dimenticare, sebbene costretto alla violenza dell’oblio.

All’inizio della narrazione la viaggiatrice ha uno sguardo vivace ed entusiasta, quasi naif, nei confronti del viaggio che ha appena cominciato a vivere. Lentamente, Baires si spoglierà dinnanzi a lei, per rivelarle un corpo costellato di cicatrici, storie di orrori e sublimi atti d’amore e coraggio, che tuttavia la indurranno ad un’indagine rigorosa per le strade di una città e di una nazione violentate. Così verrà condotta attraverso un viaggio iniziatico, accompagnata da virgilii sopravvissuti all’inferno che inghiottì l’Argentina dal 1976 al 1983, quando un colpo di stato da parte della giunta militare capeggiata dal generale Videla impose un’efferata dittatura militare la quale, come immediata conseguenza, portò all’eliminazione organizzata degli oppositori. Il risultato è tristemente noto: la letterale desapariciòn di un’intera generazione. Tra i 30000 ed i 40000 gli scomparsi, prima imprigionati, torturati e poi fatti sparire senza lasciare alcuna traccia, gettati nell’oceano dagli aerei militari, sepolti in luoghi di nessuno, irrintracciabili, come se non fossero mai esistiti. Elena deve sapere, non si tira indietro: entra in contatto con i figli di questa generazione annientata, con le madri che a testa alta non si rassegnano e chiedono verità e giustizia. I loro fazzoletti bianchi sul capo, che le fanno assomigliare a fragili corolle di fiori, e plaza de Mayo, il luogo di ritrovo per i cortei, le manifestazioni, gli incontri, i presidi instancabili, divengono simboli di resistenza. Alla tenacia di queste donne, alla loro dignità e coraggio che nessuna politica del terrore potrà loro strappare di dosso, è dedicato questo spettacolo forte, che non risparmia colpi e cifre da spezzare il fiato.

2porlavida

L’inventiva scenica delle due attrici trova il proprio punto di forza nelle libere associazioni per cui viene proposto un oggetto al posto di un altro, stimolando la fantasia dello spettatore liberandolo dalle manette del realismo scenico, con tutti i dispersivi dettagli che esso comporta: egli viene così rimandato visivamente ai fazzoletti bianchi attraverso l’utilizzo di ombrelli dello stesso colore, estratti dalle quinte e aperti dinnanzi alla platea come una vera e propria formazione di battaglia, mantenendo comunque lo stesso aspetto intrinsecamente fragile. Le lampade da campeggio accese durante il racconto della protesta spontanea della popolazione che, al secondo tentativo di colpo di stato, si riversa nelle strade e nelle piazze della città al ritmo dei tamburi, riproduce la stessa concitazione, lo stesso formicolante fermento che divampa per la città, accendendosi in tanti piccoli fuochi, fino ad deflagrare sempre lì, a plaza de Mayo. Il tono recitativo, anche immergendosi nelle pieghe più cupe del dramma, mantiene un assetto ritmico rigoroso, asciutto, che non lascia spiragli per sospirosi pianti auto-compiacenti; al contrario: più l’orrore si condensa in eloquenti quadri di violenza ed ingiustizia, più le parole si fanno serrate, nette, incalzanti, proferite con un tono quasi giudiziario, colorato qui e là di stupore attonito.

Da racconto di una vacanza giovanile l’epistolario si fa incalzante inchiesta, che porterà le protagoniste a scendere fino ai sotterranei dell’Esma dove avvenivano le torture, quasi alla luce del giorno. Ma il vero trionfo dei carnefici non è solo macellare la dissidenza: è “uccidere” anche coloro che rimangono in vita, ammazzandone il coraggio, la memoria, l’indignazione. Eppure le donne di plaza de Mayo non smetteranno di marciare né di sfidare il nemico gridando “Fuoco!” ogni qualvolta il terrore armato sbarri loro la strada. E con loro ci sono i figli dei figli che mai smetteranno di suonare e camminare al ritmo dei tamburi, di consolarsi avvinghiati ad un tango, di gridare e scrivere sui muri poche semplici parole: nunca màs. Mai più. E Por la vida sembra testimoniare proprio questo: che la memoria c’è, viva, militante. Non ce l’hanno fatta a farla scomparire.

 

POR LA VIDA
dedicato alle Madri di Plaza de Mayo
di e con Elena Dragonetti e Raffaella Tagliabue
musiche dal vivo Max De Aloe
luci Andrea Torazza
produzione Narramondo Teatro

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: