Le Minima Moralia di Pino Petruzzelli: L’uomo che raccoglieva bottiglie

di Massimo Milella

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Pasquale è nato in un piccolo paese che, come tradisce la cadenza dialettale del suo racconto ed il paesaggio evocato, può avere a che fare con la zona di Manfredonia, nel Gargano. A tredici anni decide di lasciare il suo villaggio per non dover piallare tutta la vita come suo padre. Va a Genova, per lavorare sulle navi e lì conosce la miseria e la malattia. Temprato dalla solitudine e dall’alcol, alla morte del padre torna finalmente nel suo piccolo paese ed è costretto, quale figlio maggiore, a portare avanti la baracca, cercandosi un lavoro.
Lo trova grazie ad un artigiano di nome Tommaso, da poco giunto dal capoluogo pugliese e che diventerà un suo importante punto di riferimento. Questi gli insegnerà l’arte del maestro d’ascia, un raffinato mestiere tipico della tradizione degli antichi cantieri navali, ovvero colui che costruiva le barche decidendone ogni aspetto, in base all’uso specifico dell’imbarcazione.
Pasquale diventa quindi maestro d’ascia. E col passare degli anni, dalla sua bottega vede il paese invecchiare, modificarsi irrimediabilmente, osserva con rabbia i danni procurati dal progresso, l’illusoria promessa di benessere, la solitudine, l’aridità della vita moderna.
Quando un giorno si rende conto che ormai oltre al pesce i pescherecci tirano su nelle reti anche corpi di africani che tentano la traversata del mare, Pasquale entra in una profonda crisi umana, alla quale reagisce opponendo all’insensatezza della morte, della solitudine e della povertà, l’istinto di svuotare una spiaggia dalle bottiglie che trova abbandonate come spazzatura sulla battigia.
Pasquale, che non ha studiato ma è in fondo un po’ poeta, crede in questo piccolo gesto, tramite il quale offre il proprio contributo in favore della comunità in cui vive.

L’edificante favola di Pasquale, realizzata per la prima volta nel 2011, è raccontata in forma di monologo da Pino Petruzzelli, eclettico teatrante di origine brindisina, formazione romana, ma ormai da quasi trent’anni attivissimo a Genova, nelle vesti di attore, regista, autore, formatore, organizzatore di eventi e mostre, animatore culturale e sociale, sin dalla prima comparsa in città, nel 1988, del Centro Teatro Ipotesi, fondato con Paola Piacentini.
La cifra stilistica di Petruzzelli è lo sfruttamento sapiente di uno dei pilastri della tecnica recitativa: l’uso della voce, inconfondibile strumento di persuasione, immaginazione, condivisione. Attraverso la voce, declinata in vari dialetti, tutti estremamente curati e credibili, oltre che in una dizione precisa, intensa e ricca di sfumature, Petruzzelli crea, fa vivere e poi accantona i suoi personaggi, facendoli dialogare tra loro con disinvoltura, interpretandoli tutti, da solo, senza far trapelare alcuna esitazione.

Se il racconto di una storia è l’aspetto centrale della ricerca di un artista come Petruzzelli, lo stesso non si può dire, almeno nel caso de L’uomo che raccoglieva bottiglie, della cura nell’allestimento scenico, certo volutamente essenziale, ma in definitiva didascalico e povero di idee, costituito, fedelmente a quanto denuncia il titolo dell’opera, da bottiglie, per l’appunto, disseminate in scena, e da un alberello secco che Pasquale, testardo, continua ad annaffiare nella speranza un giorno che da quella pianta ormai morta nascano dei frutti; regia e drammaturgia si ostacolano in modo piuttosto goffo, inoltre, nella scelta del destinatario del monologo di Pasquale: l’albero, oggetto scenico potenzialmente in grado di evocare un rapporto di cura, quotidiano, fatto di riti e poetica routine, a causa del reiterato suono tronco con cui Pasquale gli si rivolge – “alberè…” – diventa un mezzo artificioso e forzato per giustificare drammaturgicamente il soliloquio del protagonista. Come per riaffermare continuamente che Pasquale si stia rivolgendo proprio a lui, nel timore che il pubblico non capisca. Solo in un’occasione, uomo e pianta entrano davvero in relazione, quando, di fronte alla disarticolata secchezza dei rami morti, Pasquale accusa la Natura di non fare tutte dritte le vite umane, con la stessa precisione che invece lui mette in bottega per fare le barche. Troppo poco per una drammaturgia che richiederebbe non solo un ritmo interno alla narrazione, peraltro già abbastanza altalenante, soprattutto a partire dal ritorno di Pasquale nel paese, ma anche uno spazio esterno, agito e non solo esteriormente abitato.

La giustificazione parziale di questa mancanza di organicità e di spessore è che Petruzzelli non si pone affatto come priorità il teatro in sé, ma, coerentemente con la sua storia personale di artista attento alle problematiche sociali, con particolare riferimento alle tematiche di integrazione, parità dei diritti ed ecologia, preferisce che la sua tecnica e la sua preparazione teatrale siano piuttosto veicolo di qualcos’altro che sconfini in modo per nulla celato nel vivere civile.
Non gli interessa curare i dettagli fisici, concreti di un’opera, ma lasciarne un’impressione sonora, quasi un’incisione magica, improntata su un messaggio etico, enunciato chiaramente e senza ambiguità.
In questo caso, il fuoco che muove la storia dell’uomo che raccoglie le bottiglie è il tema del piccolo gesto che davvero può cambiare il mondo, assai più delle guerre e delle alte decisioni politiche. E, sullo sfondo di questo concetto così solido ed inappuntabile, ve n’è un altro, esemplificato nell’idea che se tutti noi facessimo qualcosa di piccolo nella stessa direzione, verrebbe poi certamente fuori qualcosa di grande.
Sull’altare di questo significato così alto, poco importa che in fondo non si capisca bene se sia più efficace e forte l’immagine dell’albero secco che Pasquale non smette di innaffiare o quella delle bottiglie sulla spiaggia. Sono due connotazioni del personaggio assai magnetiche, che non convivono poi così bene nella resa drammaturgica complessiva.
Alla fine dello spettacolo, ad ogni modo, gli applausi di stima del Teatro Duse, assai meritati, per l’attore Petruzzelli sono calorosi, benché L’uomo che raccoglieva bottiglie sembri più adatto alla radio, anzi è senza alcun dubbio più un radiodramma che non una drammaturgia teatrale vera e propria.

 

L’UOMO CHE RACCOGLIEVA BOTTIGLIE
testo, regia, elemento scenico e interpretazione  Pino Petruzzelli
musiche  Arvo Pärt
voce narrante  Paola Piacentini
luci e suono  Francesco Ziello
produzione  Teatro Stabile di Genova

 

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