Gogol in un affresco grottesco

di Matteo Valentini

Foto di Serena Pea

Foto di Serena Pea

«Quando devo affrontare un nuovo titolo parto sempre da una domanda che per me è fondamentale: come posso rendere credibili i personaggi protagonisti di questa storia? Quali temi di quest’opera suscitano in me immagini che risuonano nel mondo attuale?», così ha dichiarato Damiano Michieletto a Vogue nel Febbraio dello scorso anno. Veneziano, trentottenne, croce e delizia del teatro lirico contemporaneo nel Luglio 2013, dopo il primo atto del suo Ballo in maschera alla Scala, parte del pubblico cominciò a lanciare verso il palco le brochure dello spettacolo con su scritto “Giuseppe Verdi, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, Damiano Michieletto sbarca alla Corte con una rilettura de L’ispettore generale.

L’umanità raccontata da Gogol è impregnata di una corruzione misera, di un malaffare diffuso ma sciapo, privo di qualsiasi grandezza: si tratta solo di truccare qualche appalto, vendere seta danneggiata a prezzo della buona, allevare oche nell’androne del tribunale. Tutto è proprio come la nostra banale routine, fatta di “ominicchi”, per dirla con Sciascia.
Per caratterizzare e rendere attuale questo scenario, Michieletto sceglie di enfatizzarne gli elementi grotteschi e di spostarlo dal salotto della provincia zarista al bar di una squallida cittadina della Serbia contemporanea.

Il centro del dramma è Anton Antonovič (Alessandro Albertin), il sindaco della cittadina, un vero e proprio “tamarro” cocainomane con tanto di Carrera scuri perennemente calati sugli occhi, testa rasata a pelle, andatura prepotente, risata sguaiata e giacca di pelliccia per le grandi occasioni. Sua moglie, Anna Andreevna (Silvia Paoli), è una di quelle donne di mezza età, ancora piacenti, ma che pensano al vestito leopardato come ultima frontiera dello stile. E poi compaiono il commissario di polizia perennemente ubriaco (Fabrizio Matteini), il sovrintendente alle opere pie (Michele Maccagno) calcolatore e ossequioso, i buffi Pëtr Ivanovič Dobčinskij (Luca Altavilla) e Pëtr Ivanovič Bobčinskij (Emanuele Fortunati), che Michieletto vuole simili a PincoPanco e PancoPinco. Infine, Ivan Aleksandrobarvič Chlestakov, lo straccione creduto ispettore, interpretato da Stefano Scandaletti come un ragazzo piuttosto sciocco e dissennato, che non si accorge mai, se non alla fine, dell’enorme e fruttuoso equivoco che gli si sta intessendo attorno – e per questo il ruolo funziona, nonostante la voce di Scandaletti risulti, a tratti, impostata.

Servendosi di questa schiera di figure, Michieletto sottolinea il proprio talento nelle scene di massa che troviamo coltivato allo stesso modo anche nel suo teatro d’opera in cui l’azione dei personaggi ora si frantuma in vivaci acquerelli autonomi, ora si compatta in un unico affresco. L’arrivo imminente del temuto ispettore generale, per esempio, dà adito ad una vorticosa rassettatura in cui non si sa se guardare chi copre la tappezzeria con tende fucsia di paillette, chi spazza per terra, chi trasporta litri di vodka, chi si cambia d’abito. A questa scena si oppone quella dell’ubriacatura di Chlestakov, in cui tutti i funzionari camminano intorno al finto ispettore, con solo un fischiettio di sottofondo a segnare il ritmo, passandosi di nascosto la bottiglia di vodka con cui gli riempiono il bicchiere.

Questo dialogo ossimorico è ripetuto anche nel finale. La festa per il fidanzamento di Chlestakov con la figlia del sindaco (Eleonora Panizzo) è un vortice tra lo sfrenato, l’assurdo e il pacchiano, in cui tutti ballano dentro una piscina gonfiabile rovesciando vodka in testa al sindaco, l’astuto combinatore del matrimonio della figlia, la quale se ne sta in piedi su una sedia, immobile e defilata. Nonostante non ci sia una vera climax, ma un furore statico che alla lunga rischia di annoiare, la festa si collega perfettamente alla scena successiva. Qui, allo svelamento dell’imbroglio di Chlestakov, coloro che prima erano euforici si immobilizzano e si ritrovano impacchettati con pellicola trasparente e nutriti di banconote dalla figlia del sindaco, che Michieletto innalza ad occhio critico, e forse censore, di una società spietata, truffaldina ed arrivista che non smette di ricordare la nostra.

 

L’ISPETTORE GENERALE
di Nikolaj Vasil’evic Gogol’
adattamento drammaturgico  Damiano Michieletto
regia  Damiano Michieletto
interpreti  Alessandro Albertin, Luca Altavilla, Alberto Fasoli, Emanuele Fortunati, Michele Maccagno, Fabrizio Matteini, Eleonora Panizzo, Silvia Paoli, Pietro Pilla, Giacomo Rossetto, Stefano Scandaletti
scene  Paolo Fantin
costumi  Carla Teti
luci  Alessandro Carletti
produzione  Teatro Stabile del Veneto, Teatro Stabile dell’Umbria

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