Antonio Rezza: 7, 14, 21, 28 volte mattatore

di Marta Cristofanini

Foto di Stefania Saltarelli

Foto di Stefania Saltarelli

L’essenzialità del loro sodalizio è rimarcata nell’eterna riproposta dei due nomi sempre immancabilmente in coppia: Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Dopo lo strepitoso successo di Fratto_X l’anno scorso, presentano in questa stagione il precedente 7-14-21-28. I due “gemelli” artistici si sono conosciuti ed hanno cominciato a lavorare insieme, “uniti dall’ironia” come scrive Mastrella, dal 1987 e da allora non si sono più fermati. Un importante riconoscimento ufficiale arriva con il Premio Speciale Ubu 2013: la motivazione chiama in causa “il lucido percorso di scavo nella crudeltà” che mi sembra oltremodo caratterizzare questo spettacolo d’arte comica mordace ed infernale. La crudeltà è indubbiamente un elemento su cui Rezza gioca instancabilmente, attraverso un utilizzo di situazioni ed espedienti politically incorrect in cui strappa risate esplosive al pubblico, nonostante esso stesso rientri nel mirino del disprezzo rezziano. Non trascurabili sono i riferimenti alla situazione politica italiana, dal momento che vengono ritagliati ruoli quali il padre precario, i ministri della ricerca (oggettivata in uno straccio bianco apparentemente introvabile), con riferimenti “audaci” al tricolore, passando poi per non lievi invettive contro la corruzione sessuale del clero.

Al centro della messinscena vi è il linguaggio metateatrale e metadiscorsivo dell’attore il cui effetto, manifestandosi in un’eterna apertura di parentesi nella parentesi e di commenti intertestuali, è travolgente: benché vengano portate sul palco micro-storie tra loro diverse e ciascuna di esse sia avvolta in un sottile strato di pellicola onirica che la separa l’una dall’altra, i richiami continui ad elementi che appartengono a situazioni precedenti hanno conseguenze esilaranti sul pubblico: il ritorno fisico all’altalena protagonista della scena iniziale, per non parlare del luogo infamato della bestemmia, bastano a mettere K.O la platea, già generosa e disponibile di suo, ma ulteriormente succube del potere complice della citazione condivisa, che solletica in noi il primitivo piacere infantile della ripetizione.

Il testo dello spettacolo è costruito su giochi di parole, in cui si assiste allo spaesamento del significato, uno spaesamento dato dall’insistenza sulla polisemia e sui paradossi creati da frasi decontestualizzate che con il solo potere della pronuncia realizzano il proprio delirante scenario. Un crescendo di assurdità si va innescando a partire da una quotidianità mano a mano stravolta dall’uso di un lessico sempre più sfrenato e libero dalle convenzioni del buon comunicare, senza per questo però correre il rischio di un isolamento. L’ammiccamento dell’attore sempre consapevole del suo stare sul palcoscenico crea un’interazione costante e parodistica tra i suoi personaggi e le strutture sceniche con cui si rapportano: sto pensando ad esempio al quadro dell’incontro surreale tra le marionette, entrambe interpretate dal Rezza, Desdemona ed Otello. Esse prendono vita dando voce ad un remix di citazioni pseudo-shakespeariane – quindi il massimo esempio attoriale di immersione testuale – a cui fa da cinico controcanto una Desdemona che ironizza su tutte le proposte verbali dirottandole sulla situazione reale del palcoscenico, delle funi, in generale della finzione scenica.

Così come l’attore è sempre presente a se stesso, altrettanto lo siamo noi, talmente iperstimolati alla consapevolezza del “dovecomequando” – tanto da venirci rinfacciato con scherno il prezzo del biglietto pagato – da non poter uscire dalla sala Trionfo neppure alla fine “formale” di uno spettacolo che, anche e soprattutto al momento degli applausi, continua, straripando contagioso. Rezza qui più che mai sguaina il mostruoso talento del mattatore, il quale tiene in pugno il pubblico ed anzi lo rende complice e compatto nello sberleffo e nella sfida ad una spettatrice che – coraggiosamente – manifesta il proprio scontento non applaudendo. Rezza la provoca: “Sei straniera? Non hai capito?”; e ancora: “Quindi pensi di essere l’unica intelligente qui dentro, e tutti questi intorno sono stupidi?”. Più il gioco reale si accentua, più la sua megalomania si auto-esalta, e più noi siamo con lui, disposti a qualsiasi cosa: applaudire a comando, ad esempio. E saremmo stati pronti a fischiare la riottosa dissidente – sul cui volto si leggeva un dolore sincero ed una fiera irremovibilità – se solo ci fosse stato richiesto. Il mattatore non ha bisogno che di un pretesto del genere per proseguire il suo spettacolo, oscillando tra il comico ed il minaccioso: per quanto eticamente discutibile – ma questo volendo lo si potrebbe sottolineare dell’intera ora e mezza di rappresentazione – Rezza ha saputo indubbiamente dare una prova di palco. E, da buon mattatore, lo sa bene. Da testimone fanno le ultime parole con cui, nudo, provocatorio, si allontana dietro le quinte: “Dopo due o tre spettacoli così, non si racconta più.”

 

7  14  21  28
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
(mai ) scritto da Antonio Rezza
un Habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
disegno luci Maria Pastore
consulente tecnico Mattia Vigo
organizzazione Stefania Saltarelli
una produzione RezzaMastrella – Fondazione Teatro Piemonte Europa – TSI La Fabbrica
dell’Attore Teatro Vascello

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