Emma e le sue sorelle: l’inno alla vita cantato dalla morte

di Marta Cristofanini

Sorelle Macaluso 2 ph Clarissa Cappellani

Foto di Clarissa Cappellani

Sette sorelle. Sette donne ci fronteggiano altere, senza paura, con quell’autenticità sfrontata che zampilla dagli occhi tipica delle donne del sud. Sette corpi femminili febbricitanti, innocenti ed irrequieti, scanzonati e vigorosi come quelli delle bambine che sono state. Sono una riga, una riga talvolta immobile, talvolta ondeggiante, a bordo palco, lungo l’affilato confine che separa noi e loro, loro e i morti, realtà e finzione. La riga di chi è costretto con le spalle al muro a fissare il proprio plotone d’esecuzione. La riga di chi invece aspetta lo sparo per cominciare a correre. La riga della foto di classe, degli attori che si godono gli applausi. La riga delle mani timide, dei baci rigidi e degli occhi offuscati ai funerali. La maggior parte dello spettacolo ci viene detto lì, sulle punte, schiacciato in proscenio. Il cupo spazio posteriore rimbomba vuoto ma presto si popolerà dei loro morti, di quegli spiriti che non hanno intenzione di andarsene, di essere dimenticati. Il parlare disordinato e rigorosamente dialettale delle sorelle comincia, ognuna altercando con voce diversa, eppure tutte appartengono ad un medesimo corpo, sorelle siamesi costrette ad una convivenza feroce e necessaria. Come sempre è possibile notare la puntualità tecnica ed il rigore atletico che caratterizzano il teatro di Emma Dante, un teatro fondato sui propri attori, i quali sostengono fisicamente una drammaturgia che è anche un’imponente e scrupolosa partitura fisica, orchestrata nel dettaglio.

Foto di Carmine Marigola

Foto di Carmine Maringola

L’idea della messinscena prende spunto da una confidenza fatta ad Emma Dante da un amico, in cui le viene raccontato dell’anziana nonna prossima alla morte che domandava dal proprio sudario (naturalmente esprimendosi in siciliano stretto): “Figlia mia! Dimmi, ma io sono viva…o morta?” Alla risposta rassicurante della figlia: “Viva, mamma, viva!” Gli occhi dell’anziana si incupirono maliziosi, e rispose: “Ma che viva! Io sono morta e voi non me lo dite perché non mi venga paura”. Il racconto, per falso o vero che sia, rende l’atmosfera di un dialogo con la morte pacato, divertito, buffo nella sua ingenuità, dove la morte stessa viene duplicemente evocata e negata. È il persistente legame con la vita terrena a caratterizzare i morti della famiglia Macaluso, evocati dal rimembrare incessante delle figlie. I loro corpi, le loro vite sono intrappolate per l’eternità in un gesto che appartiene loro, che li riassume, li sintetizza con violentissima poesia.

Le sorelle richiamano tutti i loro morti, non vogliono e non possono lasciare andare nessuno: il padre, adorato e temuto, con il pettine sempre cocciutamente passato tra i capelli imbrillantinati, a rimarcare la vanità della propria giovinezza, al di là della disperazione data da una vita frustrata; la madre morta troppo presto, immortalata per sempre dai loro occhi di bambine con le sembianze di una donna elegante, vezzosa, seduttiva. Dolce ed incorruttibile al tempo stesso, come la mano risoluta che si passa il rossetto sulle labbra. Si assiste ad un rito pagano – ed in questo è interessante la ricorrente rappresentazione oltremodo simbolica della religione cristiana negli spettacoli di Emma Dante, dove si recupera quella dimensione mistica, arcaica, quasi parossistica che ancora si è mantenuta nel sud Italia – dove le parole hanno un potere vivificatore, insufflano vita negli esili esoscheletri dei non più vivi ed essi, come al suono di un carillon arrugginito, riprendono quella stessa vita, o quella stessa morte, quasi dimentichi di averla interrotta, o vissuta. Il padre e la madre sono eterni innamorati sempre in procinto di fare l’amore, e lo faranno insaziabilmente, ininterrottamente, giocando in instancabili giravolte, illuminati solo da un cono di luce morbida.

Foto di Clarissa Cappellani

Foto di Clarissa Cappellani

Così Antonella, la più giovane, la preferita del padre, rivive un eterno ritorno degli spasimi precedenti la propria morte, l’annegamento avvenuto per mano di una di loro, Katia la reietta, la ribelle; avvenne in una giornata speciale, cominciata con la gioia del tuffo nell’acqua fredda, con rincorsa, e la sfida consueta – presa troppo sul serio questa volta – dei giochi al mare: chi sta sott’acqua il più a lungo possibile, riemergerà vincitrice. Antonella non riemerge, Katia la tiene sotto con forza, avida di vittoria, dimentica del gioco. Dopo che tutte, per mezzo di una catarsi corale, hanno rivissuto l’episodio, ella raggiunge il limbo senza tempo in fondo alla scena dove, mentre la riga persisterà nel suo furioso espiare attraverso il ricordo verbalizzato e i genitori a fianco piroetteranno immersi nel proprio vuoto luminoso, avrà inizio e mai fine l’eterna conta sulle dita, l’apnea, le mute contorsioni del soffocamento. Ultimo li raggiungerà il figlio calciatore di una delle sorelle, stroncato dalle esasperate ambizioni materne.

Sorelle Macaluso 10 ph Carmine Maringola

Foto di Carmine Maringola

La Compagnia Sud Costa Occidentale con questo intenso spettacolo premiato con due Premi Ubu – miglior spettacolo e miglior regia – ci conduce ad un incontro archetipo con la morte, una morte cucita addosso alla vita e che si nutre di essa, assumendone le forme, riecheggiandone i significati più profondi e più commoventi proprio poiché essa, chissà se per necessità o per negligenza, sceglie di indossarne i movimenti più essenziali, più semplici. Tutta un’intera vita riassunta nel potente istante che ci ha racchiusi e che più intensamente ci esprime. Non gloriose concatenazioni di causa-effetto a cantare i nostri meriti, non momenti particolarmente riusciti dal punto di vista narrativo o memorabili per la ricostruzione ad memoriam della nostra persona. Solo essenziali pose, gestualità che ci erano proprie e che ora ci posseggono brutali, sublimi. Forse è proprio questo a spaventare: l’idea di questa possibile concisione estrema, di questa sintesi ultima che ci scolpisce e leviga in un enigmatico, rudimentale geroglifico.

Improvvisamente ci ricordiamo di quell’intermezzo, a spettacolo appena iniziato, dove gli attori si combattono tra loro, armati di scudi e spade, con ritmo e movenze da pupi siciliani. Forse ad essi si possono ricondurre le trasfigurazioni disincarnate – eppure così reali – dei morti Macaluso. I gesti affannati del calciatore senza riposo, sempre più impazziti e scoordinati; il padre e la madre che danzano su loro stessi come dervisci, facendo l’amore. Antonella dalla breve vita, gli anni vissuti sono tutti lì, uno per ogni dito. E Maria, l’ultima morta ad essere attesa, quella che danzando ha dato inizio allo spettacolo, alle confessioni, alle recriminazioni, al suo stesso funerale. Nell’ultima scena, quando le sorelle le rivelano la sua morte, spira danzando, perché così è incitata da loro e così lei, già marionetta, già per metà pupo, comincia a spogliarsi. Fino a rimanere completamente nuda. E mentre le altre si ritirano lente nell’ombra, non c’è che la verità disarmante emanata da quel corpo vulnerabile e inavvicinabile; non c’è che questa donna adulta che si consegna all’anonimato dell’eternità con addosso soltanto il suo primo tutù.
Ci guardiamo intorno, anzi dentro, con le luci ben accese, non solo in sala. E ci chiediamo – titubanti – in quale gesto, in quale oggetto o in quale attimo abbiamo nascosto l’anima.

 

LE SORELLE MACALUSO

regia Emma Dante
con Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio,
Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier
luci Cristian Zucaro – armature Gaetano Lo Monaco Celano
coproduzione Teatro Stabile di Napoli, Théâtre National (Bruxelles), Festival d’Avignon,
Folkteatern (Göteborg) – in collaborazione con Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale
in partenariato con Teatrul National Radu Stanca de Sibiu

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: