Colpi di timone di Govi-Ferrini: la verità ha una “brutta fassa”

di Massimo Milella

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XLVIII Festival Teatrale di Borgio Verezzi  –  fotostudioazais.it

Quando, nel 1942, all’allora massimo esponente del teatro dialettale genovese Gilberto Govi viene proposto di adattare per il cinema una delle sue commedie di maggior successo, la scelta ricade, senza esitazioni, su Colpi di timone, testo comico ed amaro scritto su misura per lui da un autore romano, Enzo La Rosa. Non sarà affatto un successo, dopotutto non lo sarà nessuno dei tentativi cinematografici di Govi. Ma costituisce un fatto interessante chiedersi come mai Colpi di timone fosse stato preferito ad altri testi più comici ed ancora più acclamati, nel repertorio infinito di questo grande attore e regista.

Innanzitutto va detto che il dialetto di Govi, curiosamente, piaceva a Mussolini, nonostante questi il dialetto in genere lo avrebbe – e lo ha, di fatto – boicottato volentieri. La sua maschera, esteticamente a metà strada tra Eduardo e Macario, lontanissima però dalle sfrenatezze di Petrolini e Totò, non esitò a prestarsi ai Carri di Tespi e ad una celebre tournée di regime a Tripoli. In Colpi di timone si sentiva, tuttavia, libera di incarnare la filosofia semplice del Commendator Giovanni Bevilacqua, figura profonda e tormentata di “capitano padrone”, nonché di “sindaco della Provveditoria”, quindi di Capo, in senso generale, il quale, a prescindere dal prestigio e dalle cariche onorifiche che accumula, sogna unicamente di poter parlare liberamente, di esprimere ciò che pensa davanti a tutti. Il problema, in questa ricerca disperata di schiettezza, è che lui la gente la vede per quello che è: e la verità ha proprio una “brutta fassa”.
Colpi di timone propone una carrellata di distratti primari dell’ospedale, potenti e loschi commendatori, minacciosi conti faccendieri, tutti contrapposti ad un microcosmo sano, di affetti veri, quello di Giovanni Bevilacqua, nella figura di un capo tradito dai suoi collaboratori, con quel nome a caratteri romani scritto al contrario dietro la porta che introduce al suo ufficio, come se l’umanità dello spazio interno costituisse un rovesciamento, rispetto all’esterno.
Realismo, dunque, schietta critica sociale e dialetto: tre grandi nemici di Pavolini.

La trasposizione cinematografica non avrà avuto l’effetto sperato ai botteghini, ma la portata culturale di Colpi di timone non va sottovalutata. Per questo motivo, una versione di questa commedia, nel 2014, al Politeama, grazie a Progetto URT, non può stonare in alcun modo, recuperando così quell’attualità così lontana nel tempo e riapplicandola a dinamiche contemporanee, perfettamente coincidenti. Progetto URT, realtà ovadese ma fortemente legata alla liguria e a Genova in particolare, con i suoi diciotto anni di attività, segue l’ispirazione del suo fondatore e regista, Jurij Ferrini, il quale, al termine di una Mandragola di successo recitata un anno fa presso il Festival di Borgio Verezzi, sostiene di essersi lasciato andare ad una battuta in genovese che ha scatenato un boato di risate e di applausi: ecco allora la tentazione di mettere in scena una commedia di Gilberto Govi, declinazione naturale del Ferrini, per eclettismo, carisma, capacità attoriali da assoluto protagonista, che qualche volta sfociano in archeologiche rievocazioni del capocomicato e del protagonista “mattatore”.

La scelta, ancora una volta come quella dello stesso Govi settant’anni prima, ricade proprio su Colpi di timone: il gioco di Ferrini diventa una sfida e, contemporaneamente, un’operazione culturale molto sofisticata, in cui non si avverte alcuna ansia di evitare un confronto diretto con il grande attore del passato, interiorizzato più che imitato, sciolto in una serie di atteggiamenti credibili e disinvolti, privi di forzature. Il Bevilacqua di Ferrini, il quale, fedelmente alla trama originale, scopre di avere pochi mesi di vita, vive un’esistenza solitaria ed un amore non ricambiato per la sua segretaria, ha una inappagabile sete di distruzione ed autodistruzione, copre di insulti tutti coloro che non gli vanno a genio, fuma fino allo sfinimento, beve grappa, sceglie lucidamente la deriva di una sorta di Enrico IV pirandelliano, ma in parte anche dell’Amleto, peraltro citato parodisticamente nel testo originale di La Rosa: nell’avvicinarsi alla morte sente la leggerezza della vita, la libertà di sé, la piccolezza del mondo. Insomma, una figura tutt’altro che comica, che Ferrini restituisce con onestà e coraggio.

La scenografia, in particolare, suggerisce modifiche importanti rispetto all’impianto previsto dalla drammaturgia originale: presenta infatti due dimensioni, una frontale, che concentra l’attenzione sulla grande scrivania occupata dal telefono antico, dai plichi di carte e documenti, dal lavoro d’ufficio, insomma, nel quale la segretaria Paola risponde alle chiamate e sbriga la corrispondenza; l’altra, di taglio, è quella che conferisce profondità e drammaticità alle conversazioni private del protagonista Bevilacqua, ai suoi monologhi e alle sue continue fumate e bevute, abbandonato sul divano: il suo mondo obliquo, così, apre uno squarcio nella rigida collocazione temporale del testo originale, stabilendo così un contatto più stretto, attuale ed umanizzato con il pubblico.

Se il percorso artistico di Ferrini lo rende assai adatto a questa commedia, più difficile era il compito che attendeva i suoi compagni di palcoscenico. Quasi tutti coloro che, per varie ragioni, entrano nello studio di Bevilacqua, a parte chi ci lavora, naturalmente, sono personaggi negativi, eccezion fatta per il giornalista, che pure è una figura ambivalente, poiché alimenta la follia comica del protagonista. La questione di come interpretarli non deve essere stato un problema da poco.
L’unico riferimento per questi attori, di fatto, era l’impostazione classica dell’originale: la dizione perfetta, la voce ben curata, la postura borghese, garbata, sempre controllata. Ad eccezione della concessione fatta all’inflessione pugliese del Conte Terzani, il foggiano Cicolella e naturalmente alle maschere genovesi di Pietro, l’attore Paolo Rocca, uno degli attori della Casa Circondariale di Marassi che danno vita alla compagnia gli Scatenati, e della Teresa, Claudia Benzi, tutti si sforzano di fare archeologia e di omaggiare quel teatro degli anni ’30 e ’40, con macchiette brillanti e ben sostenute, correndo così il rischio però di gareggiare, certo senza volerlo, con gli interpreti originali, perdendo inevitabilmente nel confronto. Primeggia, tra loro, solo la bravissima Ilenia Maccarone, che peraltro collabora da qualche anno con Progetto URT e conosce bene quindi il talento di Ferrini, supportandolo e guidandolo, con estrema misura e rispetto nei confronti della vicenda e del proprio personaggio.

 

COLPI DI TIMONE

di Gilberto Govi e Vincenzo La Rosa
regia Jurij Ferrini
con Jurij Ferrini, Ilenia Maccarrone, Paolo Rocca, Claudia Benzi, Luca Cicolella, Marco Taddei, Igor Chierici
scenografia Laura Benzi
costumi Pasquale Napolitano | supervisione Neva Viale
regista assistente Flaminia Caroli
organizzazione e promozione Valentina Pollani
produzione esecutiva Wilma Sciutto
responsabile tecnico Gian Andrea Francescutti – Diapason (PN)
produzione Progetto URT e 48° Festival di Borgio Verezzi

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