Alone: i piatti sporchi si lavano in scena

di Massimo Milella

Foto di Fernanda Bareggi

Foto di Fernanda Bareggi

La prima edizione di Scintilla-esperimenti di quotidiana meraviglia, progetto portato avanti da Luigi Marangoni, artefice di dinamiciteatri, è stata caratterizzata da una proposta culturale di grande coraggio ed intelligenza che ha animato l’autunno al Teatro degli Emiliani di Nervi, con un curatissimo programma di musica, teatro e laboratori di educazione alla visione ed all’ascolto rivolto ai ragazzi delle scuole ed agli spettatori in generale.

Alone è il terzo momento di questa rassegna: si tratta di un solo dello stesso Marangoni, incentrato sulla figura di Luca, un ragazzo affetto da retinite pigmentosa che l’attore e regista ha rivelato di aver effettivamente conosciuto durante uno dei suoi laboratori di recitazione.

La storia della malattia di Luca, interpretata in prima persona, passa dalla scoperta della stessa, al rischio scongiurato di perdere la vista, ai momenti di solitudine e di abbandono, per poi rinascere, grazie all’incontro con un’associazione genovese – RP Liguria – che sostiene l’informazione e la consapevolezza di questa malattia e svolge una funzione fondamentale per l’integrazione sociale di chi ne è affetto. Il nuovo e stimolante bisogno di autonomia di Luca trova il suo punto di partenza nella ricerca di un lavoro, tramite l’ufficio di collocamento, fino a raggiungere un insperato equilibrio, che si esprime metaforicamente con la voglia di lavare con cura e metodo un cumulo di piatti sporchi ed incrostati che per anni sono rimasti abbandonati in un lavandino. “Ognuno si lavi i propri piatti!” declama Luca/Marangoni davanti a un pubblico che pochi istanti prima aveva egli stesso sollecitato ad aiutarlo nella titanica impresa.

Ma Alone veicola anche altre considerazioni: si può decidere di seguirlo, a fatica, nella sua drammaturgia innegabilmente brusca e lacunosa o coglierne piuttosto le pregevoli questioni metateatrali che si pone. Per raccontare questo difficile rapporto tra l’individuo malato e la collettività, infatti il teatro diventa un territorio d’indagine in cui ogni elemento della messinscena, con l’alternanza di luce e buio, di monologhi e musica, costituisce un perimetro dalle pareti sottili, facili da buttare giù e boicottare consapevolmente.

Il teatro di Marangoni così entra nel quotidiano, in cui però sceglie di annullarsi, o quantomeno di defilarsi, lasciando il posto ad altre esperienze di condivisione, come la conversazione, il racconto da bar, il rifiuto di ogni meccanismo drammaturgico proprio del teatro di narrazione, che sarebbe forse il luogo più accogliente per un testo come Alone.

Ribelle, dunque, nel rivendicare orgogliosamente la non-adesione al teatro, con la sua ricerca e i suoi laboratori, come se questo non fosse più in grado di raccontare, senza artifici, la semplice verità che c’è dietro una persona malata. La portata del pensiero è ambiziosa, cruda. E allora quella drammaturgia dello spettacolo, che avevamo considerato carente sul piano tecnico, diventa la prima vittima di questo boicottaggio, così come i barlumi di ciò che si intravede dell’idea registica.

In fondo la vera natura di Alone non è la ribellione, né la costruzione di una nuova forma, bensì quella del “laboratorio”, del lavoro dello spettacolo su sé stesso, ancorato saldamente e felicemente all’unico approdo sicuro da cui ripartire per ogni replica: il senso profondo dell’utilità del proprio teatro, la generosità, il coraggio.

E allora, a partire da queste considerazione, sarebbe interessante accettare la sfida di smuoverlo davvero dall’interno il meccanismo teatrale, come dopotutto altri autori hanno fatto, animati da analoghi sentimenti, seppure in opposte direzioni, da Ulderico Pesce a Renato Sarti a, per citare un modello assai più affine al Marangoni, Mimmo Sorrentino.

A Luigi Marangoni, autore anche del testo insieme alla drammaturga Valeria Banchero e a Davide Buda, va dato atto, inoltre, di possedere incoraggianti strumenti e materia prima: ha una consolidata capacità di stabilire con il pubblico un contatto delicato, ironico e complice; dispone di voce e corpo allenati ad un teatro di svariata natura, dalla Bottega fiorentina di Gassmann, dove si è diplomato, agli spettacoli da Stabile  ̶  Friuli Venezia Giulia, Fiume   ̶ , fino a Naira Gonzalez, alla poesia, agli audiolibri; con vent’anni di mestiere d’attore ormai già alle spalle, sa stare in mare, sa riconoscere ed affrontare gli imprevisti corsari che ogni progetto autogestito porta con sé, come testimonia il percorso di dinamiciteatri, la creatura con cui, dal 2010, porta avanti i suoi lavori, radicati a Rovigo, sua città natale, e a Genova, dove è inserito nella rete TILT.

Un artista così preparato non può non provare a rimettere mano a piatti e detersivo e tornare a lavorare sulla drammaturgia e sulla regia di questo Alone, già vincitore del Bando di sostegno per i progetti sociali del Celivo di Genova nel 2012, affinché senza perdere un briciolo del suo sentimento istintivo e sperimentale, maturi e si renda più solido, di quella solidità di cui sono fatti i progetti di chi ha ormai superato del tutto una malattia, un momento difficile, una crisi. E dai buchi, impara a ricostruire. Come Luca.

 

ALONE
di Valeria Banchero, Davide Buda, Luigi Marangoni
con Luigi Marangoni
produzione dimaniciteatri e RP Liguria
scene e costumi Enrico Musenich
disegno sonoro e grafica Matteo Santagata
regia Mattia Costa e Luigi Marangoni
responsabile progetto e collaborazione artistica Davide Buda
supervisione progetto Teatro in vista Aura Albanese
Vincitore Bando Progetti Sociali 2012 Celivo di Genova

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