Disaster Comedy: le fonti dell’eterna comicità

di Massimo Milella disaster comed     Scrosci di risate ed applausi per otto giovanissimi interpreti ed una regia che si pone come compito principale quello di gestire, per un’ora e mezza, il ritmo di una commedia che basa tutta la sua forza sulla discontinuità e sull’effetto sorpresa. Contenitore vario di trovate, gag, sketch, il play di Henry Lewis, Jonathan Sayer ed Henry Fields, nemmeno trentenni mattatori della inglese Mischief Theatre Company, fresco di debutto londinese nel settembre 2014 e già vincitore del WhatsOnStage Award – un premio del pubblico piuttosto affermato oltremanica – è stato tradotto dal drammaturgo triestino Enrico Luttmann ed adattato, in tempi record, dalla The Kitchen Company di Chiesa e d’Urso.

Il divertissement è un non banale tentativo di decostruire anarchicamente un plot tra i più esemplari e frequentati: sotto il titolo di “Delitto in Villa Haversham”, infatti, sono racchiuse tutte le fasi tipiche del genere “giallo”: dal morto in circostanze misteriose in una villa ad una serie di indiziati, un investigatore, gli interrogatori, il filo dell’intreccio che si dipana, il principale sospettato che dimostra la sua innocenza, il vero assassino che viene scoperto solo nel finale.

La cornice drammaturgica è altrettanto esplorata: a mettere in scena il play è, infatti, una goffa compagnia di attori improvvisati, “Teatro Tetro” – nell’originale inglese, “The Cornley Polytechnic Drama Society” – che si trova così alle prese con un disastroso allestimento, fatto di oggetti che non sono dove dovrebbero essere, risposte che anticipano le domande, didascalie scambiate per battute e attori che si prendono porte in faccia, per sbaglio, e svengono costringendo gli altri interpreti a continuare la scena improvvisando. Fuori dalla cornice metateatrale, gli attori si divertono davvero a contendersi la scena, con la complicità di un pubblico che fa presto ad imparare le regole del loro gioco comico. L’indubbia intesa tra platea e palco è infatti assicurata da due elementi imprescindibili, che poi sembrerebbero il marchio di fabbrica della produzione TKC: l’obiettivo dichiarato del puro intrattenimento, garantito da drammaturgie collaudate ed affidabili come quelle di Ayckbourne, Feydeau, Simon, etc. L’approccio attoriale alla scena risente di una predilezione per tic, caratterizzazioni e tempi comici televisivi o da varietà, funzionali al registro della commedia. In Italia, però, non abbiamo avuto la stessa fortuna che in Inghilterra. Per vedere qualcosa di vagamente analogo alla comicità di Peter Sellers o dei Monty Python, è stato necessario aspettare negli anni ’80 e primi ’90 l’esplosione del Trio Solenghi-Lopez-Marchesini, veri e propri maestri del nostrano umorismo surreale, di una comicità fuori sincrono, della commedia degli equivoci, della parodia metateatrale o, per meglio dire, metatelevisiva. Questo è anche il sistema umoristico di riferimento su cui sembra muoversi il gruppo di attori di “Disaster Comedy”, confidando nell’atto performativo e nell’istinto improvvisatore del singolo interprete, con la propria particolarità, il proprio modo di parlare e muoversi. L’enorme differenza, tuttavia, rispetto alle più celebri esperienze comiche citate sta nell’aver trascurato, invece, l’aspetto “collettivo”, organico della commedia, l’ascolto tra gli attori, la sensazione che, oltre alla propria maschera, ci siano anche delle tensioni umane, reciproche, positive, creative. Si prenda il caso degli attori Federico Calistri (Cecil Haversham/Massimo) e Claudia Mosconi (Direttrice di scena/Ania), che pure riscuotono applausi spontanei ed un vivo e costante apprezzamento da parte del pubblico per le loro riuscite caratterizzazioni del “belloccio” vanitoso che si mette in posa in ogni battuta e della “direttrice di scena straniera”, con generico accento dell’est europeo, che si fa in quattro per aiutare, invano, gli attori a far quadrare le cose in una scena semplice e ben congegnata – scenografia essenziale ed efficace firmata da Silvia Koubek – fino al punto di essere costretta a sostituire la protagonista femminile svenuta, per poi prenderci gusto e non volerle più lasciare il suo ruolo, quando questa si riprende. I due attori lavorano bene con il loro corpo, la loro presenza scenica conquista la fiducia e l’empatia del pubblico, ma non si relazionano mai davvero con gli altri personaggi di “Delitto a Villa Haversham”, né tantomeno con gli altri attori del fittizio “Teatro Tetro”, per non parlare dei colleghi in scena, quelli veri. Ognuno cavalca la sua macchietta, senza uscire mai da essa, lavorando per dare alla propria personale performance la massima brillantezza possibile, la massima comicità. Ma il vero limite del “Disaster comedy” nella versione della TKC, che pure suscita la curiosità di vedere quella londinese, sta in un altro aspetto: non c’è quasi alcuna differenza tra l’attore della cornice metateatrale ed il personaggio rappresentato. L’identificazione totale tra attore del fittizio “Teatro Tetro” e personaggio del “Delitto a Villa Haversham”, con relativo annullamento del primo, toglie idealmente anche un po’ di senso alla necessità di mettere in scena una cornice metateatrale: se lo scopo era semplicemente far ridere, forse poteva bastare mettere in scena il semplice “Delitto a Villa Haversham” senza il prologo iniziale del finto regista. Avrebbe funzionato ugualmente? Se, invece, si vuole che la presentazione di una scalcagnata compagnia, che cerca di mettere in scena un giallo trasformandolo involontariamente in commedia, abbia un valore, a livello di adattamento drammaturgico e di regia, questo deve venir fuori in qualche modo, esercitando un minimo peso nello sviluppo dei personaggi, nelle loro relazioni, sia pure in un contesto dichiarato di leggerezza. Sulla scorta di tale riflessione, la scena collettiva in cui cinque interpreti si incartano su un dialogo, non riuscendo a portarlo avanti e ripetendolo svariate volte, con effetti comici straordinari, finché uno dei cinque non riesce finalmente a dare una battuta diversa, uscendo dall’impasse, è certamente una delle più preziose, capace di includere il pubblico in un meccanismo verbale vorticoso, al livello di un Bergonzoni o degli stessi Monty Python, sempre per tornare oltremanica. I cinque si torturano nella ripetizione, ma cercano un modo per venirne fuori, tutti insieme, disperatamente. Sono sulla stessa barca e questo fa decisamente levitare il valore dello sketch. Il merito di questa e di altre lodevoli eccezioni alla tendenza all’assolo e alla macchietta è principalmente del bravissimo attore Lorenzo Tolusso che, più e meglio degli altri, gestisce i suoi due personaggi, il fedele maggiordomo Perkins di Delitto a Villa Haversham e il distratto e smemorato attore Daniele di Teatro Tetro, in modo da diversificarli e renderli organici e funzionali l’uno all’altro, oltre che estremamente divertenti. La sua interpretazione funziona benissimo, come in fondo anche quella del “morto”, Fabio Facchini (Charles/Giovanni), forse ripetitivo nel suo sgranare gli occhi ogni volta che scopre di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma sempre coerente, pulito e privo di compiacimento. Accanto a loro, va segnalato il sicuro talento, purtroppo molto frenato in questa occasione, di Mauro D’Amico (Ispettore Carter/Cristiano), da rivedere forse in altri generi ed altri ruoli.

Di Disaster Comedy resta il piacere onesto di una serata in cui, senza alcuna necessità di seguire una storia o uno sviluppo o una serie di relazioni umane, si è azionato un gioco comico di forte impatto, a cui non di frequente si assiste nei teatri genovesi. Certo, viene anche voglia di rivedere “La Pantera rosa” di Blake Edwards e i “Promessi sposi” del Trio, per godere di un surrealismo comico fresco e sempre attuale, direttamente dalle sue fonti.

DISASTER COMEDY (The play that goes wrong) di Henry Lewis, Jonathan Sayer e Henry Shields Traduzione di Enrico Luttmann Regia di Eleonora d’Urso Scene di Silvia Koubek Costumi di Valentina Persico Luci di Lorenzo Guella Personaggi e interpreti DIRETTRICE DI SCENA e Ania Claudia Mosconi FONICO, ELETTRICISTA e Flavio Filippo Bruzzo REGISTA, ISPETTORE CARTER e Cristiano Mauro D’Amico CHARLES HAVERSHAM e Giovanni Fabio Facchini THOMAS COLLEYMOORE e Roberto Andrea Tich PERKINS e Daniele Lorenzo Tolusso CECIL HAVERSHAM e Massimo Federico Calistri FLORENCE COLLEYMOORE e Sandra Chiara Cimmino Aiuto regia Michele Servida Responsabile amministrativo Daniela Costantini Organizzazione Chiara Lenzi Promozione web Sara Verterano Relazioni con il pubblico Valentina Persico, Michele De Negri, Silvia Koubek, Mattia Curcio, Ilaria Marano Direttore Tecnico Lorenzo Guella Tecnico Mattia Curcio Grafica Michele de Negri Video Riccardo Molinari, Sara Verterano

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