Il testimone del diluvio

di Matteo Valentini

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Foto di Flavio Boretti

I molti che hanno scritto della generazione nata nei primi anni ’80, ne hanno parlato come un insieme di persone irrequiete, sfasate, fuori tempo. L’ordine mondiale conseguente al disgregamento dell’Unione Sovietica, l’abbattimento dei confini in Europa, l’ingresso di Internet nella comunicazione rappresentano rivoluzioni epocali che questa generazione ha subito in una fase di crescita, ma a cui non ha partecipato: l’universo in cui era nata è stato sostituito da un altro, diversissimo, e da qui deriverebbe la sua continua ricerca di equilibrio.

Al teatro Altrove il trentenne Valerio Malorni porta un pezzo di questa generazione in procinto di affrontare l’incerto mondo contemporaneo, raccontando un’esperienza che -veramente accaduta o no, poco importa- è esemplificatrice dell’irrequietezza di cui si parlava poco fa e della difficoltà di orientarsi all’interno di un universo in crisi. Valerio Malorni è attore, danzatore, autore e regista romano. Fa parte del Teatro delle Apparizioni, collabora con la webzine Amnesia Vivace, l’associazione culturale Aretè Ensemble ed altre realtà artistiche del panorama nazionale. Finalista all’edizione 2013 di Scenario, il suo “L’uomo nel diluvio” ha conquistato nel 2014 il premio In-Box.

La narrazione, volta al passato, è in prima persona e inizia con la decisione del protagonista di trasferirsi a Berlino, la nuova “Merica”, lasciando moglie e figlia a Roma. Il pensiero dominante è quello di sopravvivere con la propria famiglia al “diluvio sociale, diluvio generazionale, diluvio teatrale, diluvio benzina, eni, gas, edison, F 24, F 35, diluvio indifferenziato, affondato, pensionato, precario, disoccupato, diluvio parco giochi per bambini, diluvio pioggia acida, diluvio aperitivi, diluvio trafficato, frettoloso, fantomatico, religioso, diluvio, dioluvio”.

Il collegamento con Noè è immediato e suggerito già dalla sagoma dell’Arca in cartone, appesa alle spalle dell’attore, che costituisce l’essenziale scenografia. Una conclamata differenza, però, separa l’uomo nel diluvio dal patriarca biblico: nessun dio gli dice cosa fare, né gli fornisce la minima istruzione. Malorni è solo, confuso e sta iniziando a diluviare e lui non sa se correre ai ripari o se aspettare che spiova: “Il problema non è il diluvio, è la nebbia”. L’indecisione e la precarietà del momento sono ben indicati dall’orologio fermo che Malorni imbraccia in apertura e dalle movenze concitate che seguono alla posa apatica tenuta durante la lettura di un manuale per immigrati, “Tutti a Berlino”.

Al video di Simone Amendola è affidato il compito di segnare l’approdo in Germania e di testimoniare il senso di smarrimento di fronte a una realtà, come quella di Berlino, straniante perché estranea: banali immagini di quotidianità, accompagnate a una musica simil-carioca curata da Gregorio de Luca Comandini, riescono nell’intento, nonostante la durata eccessiva del video, che propone in cinque minuti quello che si sarebbe potuto esaurire in due.

Dal punto di vista della struttura drammaturgica, il momento che segue è il più significativo dell’intero spettacolo. Qui, infatti, il piano narrativo va in frantumi: la platea assiste di nuovo alla costruzione dell’inizio de “L’uomo nel diluvio”, questa volta però non a Roma ma nella camera berlinese del protagonista, il quale sta anche rappresentando la messa in scena che avverrà di fronte al pubblico tedesco. Il Teatro Altrove, la camera a Berlino,l’Italienisches Kulturinstitut Berlin e Roma sono evocati sul palco contemporaneamente.

Fa difetto, tuttavia, la pedanteria dell’autoesegesi che smorza la felicità, comica e strutturale, di questa scena. La continua precisazione di essere assimilabile a Noè, pur senza Dio, stanca il pubblico dell’Altrove, anche se, nella finzione, aiuta quello dell’Italienisches Kulturinstitut Berlin a capire qualcosa. Da quest’ansia di comprensione, deriva anche il muovere vorticosamente le mani, strabuzzare gli occhi, spalancare la bocca, essere più caldo, “più Italiano”, di fronte alla fredda compostezza teutonica: una serie luoghi comuni di cui nessuno ha più bisogno.

Dopo l’esibizione berlinese, Malorni interpreta, con la testa infilata nel buco di un ritratto, un critico dello Spiegel positivamente colpito dalla rappresentazione, mentre uno spettatore, preso dalla platea, legge sul palcoscenico la sua recensione in tedesco. Le due voci si sovrappongono creando un effetto piuttosto fastidioso, ma frutto di una precisa scelta registica: lo ritroviamo infatti anche in apertura, quando Malorni sovrasta ed è sovrastato dal Bob Dylan di I Want You.

Nonostante tutto, si deve guardare a Valerio Malorni come a un testimone della nuova guerra che si sta combattendo in questi ultimi anni contro l’inabissamento culturale, sociale ed economico portato dalle parole debito, spending review, deficit, fondi, PIL. E, sotto questo punto di vista, non è errato considerare “L’uomo nel diluvio” un attento ritratto dell’instabile realtà teatrale di questa ultima Italia.

 

L’UOMO NEL DILUVIO

di Simone Amendola e Valerio Malorni
Con Valerio Malorni
Una produzione Blue Desk
Residenza produttiva Carrozzerie n.o.t.
Con il patrocinio di Roma Capitale

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