Ottantenne, elegante, alluvionato: quale futuro per il Teatro della Gioventù?

di Massimo Milella

TKC

Se il Teatro della Gioventù potesse parlare, sarebbe molto avvelenato.

Non solo per il fango che l’ha devastato il 9 ottobre 2014, invadendolo completamente e danneggiandolo in modo violento e senza precedenti, quanto per il suo strano destino, la sua peculiare natura.

Genova l’ha visto nascere negli anni ’30, unicamente destinato ai progetti dell’Opera Nazionale Balilla del famigerato fascista Renato Ricci. La sua architettura rappresenta ancora oggi una fedele memoria storica dell’Italia di quel tempo. A guerra finita, viene restituito alla città liberata, ma la promessa di una ricostruzione è effimera ed illusoria: nel corso dei decenni, infatti, tra alti e bassi, il Novecento decreta il lento ed inesorabile declino del Teatro della Gioventù, finito in disgrazia.

Finché l’elezione di Genova a città della cultura nel 2004 non concede a questo elegante ultrasettantenne una insperata attenzione: riapre i battenti, principalmente grazie allo sforzo di numerose compagnie dialettali ed amatoriali, per eventi aperti alla cittadinanza, forse non prettamente underground, né d’essay, ma che raccontano il cuore della provincia italiana, che ha come prevalente ambizione quella di ricordare sé stessa, di fidarsi della propria cultura, sempre più antica, nel bene e nel male.

A partire dal 2011, la storia del Teatro della Gioventù cambia. Lo rileva una società romana, gestita, per metà, dal figlio di uno storico impresario e produttore genovese che, a partire dal dopoguerra, ha diretto per più di quarant’anni lo Stabile di Genova. Un bando, quello della regione Liguria, duramente contestato, oltre che, com’è naturale, dalle compagnie che sapevano che non avrebbero più trovato aperta la porta del teatro, anche dallo stesso assessore comunale alla cultura della Genova di quel tempo: criteri non condivisi, non pienamente trasparenti.

Nonostante le polemiche, la storia va avanti e la società romana mette le sue radici nella città della Lanterna, con un progetto innovativo, una formula del tutto inedita: solo produzione, nessuna ospitalità, teatro aperto tutti i giorni, spettacoli in cartellone per tempi lunghissimi, attori giovani e giovanissimi, tante iniziative e proposte, tutte destinate a far passare il concetto, nella teoria e nella pratica, che i nuovi padroni di casa vogliono che il Teatro della Gioventù sia qualcosa di profondamente diverso, rispetto al passato.

Poi l’alluvione, devastante. Gli angeli del fango ripuliscono le sale in soli due giorni. Un dirigente della Regione, ad ogni modo, ne dichiara l’inagibilità, proprio mentre i padroni di casa, invece, mettono mano al portafogli e provvedono autonomamente alla bonifica del luogo. Il dirigente in questione, temendo il peggio, decide di verificare la tenuta dell’edificio, dando ordine di compiere dei grossi buchi sul pavimento, al fine di scandagliarne le fondamenta, con l’ausilio di un georadar, costoso strumento di rilevazione del sottosuolo. Finito il lavoro, il georadar rivela la presenza di enormi celle vuote, sotto il teatro.

La cosa suonerebbe abbastanza preoccupante, se non fosse in realtà del tutto normale: se il Teatro della Gioventù avesse potuto parlare, infatti, avrebbe smorzato immediatamente i toni, ammettendo di essere, in fondo, una tipica architettura anni ’30 e in quegli anni si costruiva così, prevalentemente per motivi di tutela dell’edificio dall’umidità e dalle acque sotterranee.

Ridimensionato il valore della scoperta, il georadar è stato un grosso spreco? Chi rimetterà a posto i buchi sul pavimento? Altre polemiche si alimentano.

I nuovi padroni di casa si sentono danneggiati non dalla Regione in genere, con la quale invece mantengono i buoni rapporti di sempre, ma dall’operato di un dirigente, in particolare, rispetto al quale polemizzano in merito alla gestione del dopo-alluvione.

Nel turbine degli eventi, ora comici ora drammatici, quello che nessuna polemica e nessun georadar sono ancora in grado di spiegare è: se, quando e come si rimetterà in sesto il Teatro della Gioventù.

A questo qualcuno deve rispondere, senza lasciar passare troppo tempo.

Gli spettacoli, per ora, ripartono regolarmente, nella piccola sezione di edificio ripristinata e restituita al pubblico. Ma tutto il resto rimane inutilizzabile, inerme, senza apparente futuro, vincolato alle decisioni di una politica che stenta, almeno fino ad oggi, a fare chiarezza, come spesso è capitato, anche in passato, nella storia di questo strano teatro.

Un teatro che è ormai un ultraottantenne ferito che chiede di non soccombere, in quanto patrimonio raro ed insostituibile di una città che ne ha un gran bisogno, a prescindere da chi lo abiti. Su questo, almeno è la speranza di Aringa Critica, sono tutti d’accordo.

 

 

 

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