Rinoceronti in amore e Il caso della famiglia Coleman: Cina e Argentina ospiti alla Corte

di Marta Cristofanini

Dal 21 al 26 ottobre il Teatro Stabile ha aperto i battenti per ospitare due compagnie straniere, in arrivo dalla Cina e dall’Argentina. Gli spettacoli in lingua originale sono stati sovratitolati in italiano e hanno, nonostante tutto, attirato l’attenzione di parte del pubblico genovese il quale ha se non accalcato almeno parzialmente riempito la platea del Teatro della Corte.
E’ interessante ritrovarsi a recensire due spettacoli scritti, diretti e recitati secondo forme e canoni culturali differenti dai nostri: al di là del constatare l’universalità del messaggio energicamente trasmessoci dagli attori delle due diverse pièces, è lecito domandarsi quanto in là ci si possa inoltrare liberamente nei commenti riguardanti lo stile e la messinscena, mancando di un quadro globale delle attuali pratiche teatrali dei paesi paesi di provenienza delle compagnie in questione.

Rinoceronti in amore

Rinoceronti in amore

Rinoceronti in amore è una tragicommedia sull’amore non corrisposto scritta nel 1999 da Liao Yimei, noto sceneggiatore cinematografico cinese: lo stile richiama espressamente il mondo da cui l’autore proviene, caratterizzandosi attraverso un linguaggio – sia dal punto di vista della scrittura sia dal punto di vista visivo – breve, frammentato, potremmo dire a singhiozzo, un linguaggio che si autocongestiona parodiando se stesso fino alla schizofrenia: brevi intervalli pubblicitari sapientemente inseriti interrompono la vicenda narrata per dare sfogo epidermico alla denuncia di mali sociali profondi che parlano attraverso grotteschi venditori di spazzolini da denti e corali figure dalla smagliante imbecillità televisiva. Rimedi amorosi sono offerti al telespettatore attraverso quiz deliranti e risposte squisitamente non sense, alle quali però manca soprattutto la capacità di risolvere le problematiche sollevate: tale sospensione va ad alimentare ulteriormente la tensione della storia, in cui i protagonisti sembrano rincorrersi per non incontrarsi mai.

Entrambi amanti di un amore non corrisposto: Ma Lu, custode di un solitario rinoceronte e poeta dalla scarna ispirazione, si consuma d’amore per la bella e fiera Mingming, la quale, d’altra parte, si umilia amando un altro uomo, di cui si autodefinisce “il cagnolino”. Le confidenze tra i due si infittiscono, senza mai però arrivare insieme, stabilmente, da nessuna parte. La climax sommamente riassuntiva del loro rapporto si ha proprio nella scena finale quando Mingming, dopo aver annunciato la sua partenza al seguito di un nuovo amante, viene rapita da Ma Lu il quale persegue fino alla follia il mantenimento di una promessa chiestagli dalla stessa giovane: non abbandonarla mai e non permetterle di fare altrettanto. Ma Lu rapisce Mingming e, dopo averla bendata e legata, la copre con un cellophane: un fittizio velo da sposa? Una prosaica campana di vetro? Questo elemento non è ripreso casualmente dal momento che la scenografia è per lo più costituita da ampi veli appesi d’intorno dello stesso materiale: significa questo forse la definitiva inglobazione, incapsulazione della fuggitiva nel mondo dello straziato amante? O concretizza definitivamente la sottile barriera che per sempre li separerà? I due cominciano ad intrecciare un monologo a due voci: entrambi si rinfacciano a vicenda i frammenti del proprio solitario discorso amoroso, schegge estratte dal lungo corpo nudo e inviolato della loro relazione mai realmente consumata, se non in brevi momenti che sembrano appartenere più al sogno che alla realtà.

Rinoceronti in amore

Rinoceronti in amore

Nell’uno si riflette la condizione dell’altro: l’insostenibile e scellerata sofferenza di chi ama e non è riamato, la cui crudelissima esistenza non potrà mai essere smentita neppure da alcuni dei più bei versi danteschi (“Amor c’ha nullo amato amar perdona…”).

Per sottolineare le accelerazioni e distillare adrenalina, il regista Meng Jinghui utilizza espedienti scenografici grezzi (come luce pulsata rossa e fumo finto), con l’effetto di avere un impatto banalizzante che disperde l’atmosfera concentrata e potente che appartiene naturalmente allo spettacolo. Forse anche l’affidare un palco ampio come quello della Corte ha sottratto energie, derubando così la scena di un’intimità che le avrebbe senza dubbio giovato. Ad ogni modo gli attori con i loro carisma hanno saputo affascinare gli spettatori che li hanno ricompensati con un lungo applauso finale.

Il caso della famiglia Coleman

Il caso della famiglia Coleman

La compagnia argentina con il suo Il caso della famiglia Coleman ci immerge in un’atmosfera completamente differente: lo spettacolo è improntato ad un forte realismo, senza alcun riguardo per i trucchi abituali nella messinscena classica dovuti alla consapevolezza interiorizzata ed invisibile di avere degli osservatori silenziosi raccolti nel buio, a pochi metri dal palco, a cui mai bisogna dare la schiena e a cui devono essere garantite pause “sceniche” per assaporare pienamente le battute pronunciate con dizione impeccabile. I personaggi invece si strappano le parole di bocca, si parlano uno sopra l’altro, senza pause, senza intonazioni che diano rilievo teatrale a parole che, d’altronde, poco o nulla hanno di rilevante: sono le semplici, caotiche voci della quotidianità. E di una quotidianità ben misera, seppur animata dal calore e dalla umanissima simpatia che s’emana da ciascun membro Coleman.

Intorno alla serafica e sarcastica nonna Leonarda si raccolgono disordinati e, come si suol dire, uniti nel bisogno, Memè la madre svampita dei gemelli Gabi e Damian, entrambi scontrosi e i più consapevoli della disastrata condizione economica in cui versa la famiglia, e di Mario detto Marito, il figlio “anormale” che con la sua innocenza insolente, le sue macabre fissazioni porta il riso e il pianto all’interno della casa.

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Il caso della famiglia Coleman

La situazione precipita quando Veronica, la sorella di Marito cresciuta nell’agio dal padre, il primo uomo di Memè e da lei separato, decide di far ricoverare l’amata nonna, colpita da un malore rimasto indistinto, presso la clinica privata dove lavora il marito. Qui verrà messo in atto il duro confronto in cui la rabbia famelica della famiglia si riverserà contro il sentimento di vergogna provato da Veronica nei confronti dei parenti. Dopo la morte della nonna, l’intera famiglia è trascinata all’interno del buco nero intorno al quale sembrava aver trovato ormai un suo equilibrio, seppur mesto. In fondo li legava la stessa rassegnazione e lo stesso affetto che può unire un proprietario al proprio unico paio di scarpe bagnate durante interminabili giornate di pioggia: qualcosa di scomodo, ma di fatalmente essenziale.

La perdita del capobranco manda in tilt l’intero sistema. Assistiamo a partenze frettolose, annaspanti, terrorizzate. Partono tutti, tranne uno. La luce si accende flebile, illuminando svogliatamente la famigliare figura in pigiama, seduta sola, su di un divano che ora sembra immenso, immersa in un silenzio lunare. Una musica spagnola attacca come sottofondo, tentando inutilmente con la sua ruvida allegria di distoglierci da Marito che, impaziente, si alza, deambula, si risiede, si rialza, nell’appartamento, da solo, in attesa.

Entrambi gli spettacoli hanno portato sul palco dinamiche relazionali complesse, commutando i propri dialoghi in monologhi. Il denominatore comune ad entrambi è questa sorta di ingombrante incomunicabilità che nessuno dei testi sembra riuscire a colmare, anzi: essi sembrano volutamente esserne testimoni. Da spettatori assistiamo alla debilitazione della funzione primaria del linguaggio, il suo essere veicolo di comunicazione, portatore di messaggi. Nell’uno esso è impegnato a ribadire verità condivise e che eppure rimangono estranee l’una all’altra, fino a sfiorare il paradosso; nell’altro, la presunta trasparenza del quotidiano rivela gli infiniti mascheramenti a cui sottostiamo brillantemente ogni giorno. L’egoismo e l’impossibilità dell’incontro, a cui nessuna pietas fa da contraltare, svestono il palcoscenico, rendendolo un luogo attraversato da venti freddi ed ostili, dove si declama, altera, una dichiarazione di solitudine.

RINOCERONTI IN AMORE di Liao Yimei
regia Meng Jinghui
interpreti Liu Chang, Liu Ruixuan, Kou Zhiguo, Zhang Ziqi, Zhong Wenbin, Ren Yue, Mao Xuewen, Zhu Jinliang
scene Zhang Wu – costumi Yu Lei – luci Wang Qi
produzione National Theatre Company of China in collaborazione con Istituto Confucio dell’Università di Torino

IL CASO DELLA FAMIGLIA COLEMAN di Claudio Tolcachir
regia Claudio Tolcachir
interpreti Araceli Dvoskin, Miriam Odorico, Inda Lavalle, Fernando Sala, Tamara Kiper, Diego Faturos, Gonzalo Ruiz, Jorge Castaño
luci Riccardo Sica – produzione Maxime Seugé, Jonathan Zak

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