“Caligola”: la volontà cede all’assurdo

di Matteo Valentini

caligola- foto donato acquaro 5

L’arbitrio umano che si ribella all’assurdo, la lotta dell’individuo per il controllo della propria vita, il tentativo di trasformare il destino in un’entità immanente: questo è “Caligola” di Albert Camus, in scena al Teatro della Tosse con la regia di Emanuele Conte.

L’imperatore Caligola, in seguito alla morte dell’amata sorella, conosce l’assurdo, lo comprende ed è pronto a sfidarlo, opponendo l’esercizio esasperato del proprio arbitrio al caso, al volere degli dei, alle circostanze che controllano la vita dell’uomo: “Non si può capire il destino ed è per questo che ho scelto di essere destino”.

Non intendendo sottomettersi all’assurdo, Caligola tenta di elevarsi al ruolo di “assurdo”, attraverso l’imposizione della propria volontà ai suoi sudditi: essi devono capire che subire i capricci di un pazzo è impensabile tanto quanto sottostare, come hanno sempre fatto, a un destino incomprensibile. Attraverso la violenza Caligola intende, dunque, instillare nel popolo la ribellione alle entità trascendenti che lo dominano: quello che lo guida è, anche, uno scopo pedagogico.

L’ascesa al cielo dell’imperatore su di una scrivania che diventa un’impalcatura da deus ex machina, alla fine del primo atto, è una puntuale rappresentazione della sua smisurata volontà. Da questo momento, gli attori invadono frequentemente la platea lasciando vuoto il palco, il trucco sul viso dell’imperatore e dei suoi fedeli si fa più intricato e bestiale, Caligola smette la tuta da motociclista, con cui era entrato in scena, e indossa un abito da domatore di tigri: lo sconvolgimento delle regole si avverte anche da questo.

Molteplici sono gli oppositori a ciò che presto diventa un regime di terrore e le loro diverse motivazioni sono riassumibili in una soltanto: il ritorno all’abituale accettazione passiva dell’assurdo, che il genere umano ha da sempre praticato, incapace di spiegare l’assenza di logica dei fatti che avvenivano intorno a lui.

I quattro senatori (Marco Lubrano, Yuri D’Agostino, Alessio Aronne, Pietro Fabbri) sono i rappresentanti del potere burocratico e i primi a parlare di congiura. Ognuno di essi è ben caratterizzato da un “tipo”, vicino a quelli della Commedia dell’Arte, e da un grottesco mascherone, richiamo alla pittura di Ernst Ludwing Kirchner. Il giovane poeta Scipione (Luca Terracciano) odia Caligola per l’uccisione di suo padre, ma non prenderà parte alla congiura: sceglierà di andarsene per cercare altrove un riparo dall’insensatezza. Cherea, il filosofo (Enrico Campanati), rappresenta l’unica presenza davvero umana tra tutti questi mostri ed è il solo a non avere il viso deturpato dal trucco. Egli oppone al disegno di resistenza all’assurdo, maturato da Caligola, un’acquiescenza portatrice, se non di sicurezza, almeno di normalità: per la serenità di tutti, è necessario che le disgrazie provengano da un’entità trascendente e incomprensibile. L’impossibilità di incontro fra le sue posizioni umane e quelle “massimaliste” dell’imperatore è resa attraverso il loro ultimo dialogo, dove i due si scontrano dialetticamente senza nemmeno guardarsi, agli estremi della ribalta, illuminati da differenti fasci di luce.

Coloro che, invece, seguono fino alla fine Caligola lo fanno per fedeltà e per amore, non perché comprendano il suo turbamento. Elicone (Giovanni Serratore) è un liberto al suo servizio, Cesonia (Viviana Altieri) è l’amante di Caligola, ultimo suo legame con l’inganno mondano. Estirpato questo legame, in una scena in cui il corpo felino di Viviana Altieri freme convulso sotto la mano di Martini, Caligola si trova finalmente solo, pronto al balzo verso l’impossibile. Il limite della sua umanità lo ferma. Guardandosi allo specchio posto alle sue spalle, strumento utilizzato fin dall’inizio sia per gli a parte che per portare il pubblico su un palco spesso privo di attori , si dispera: “Tendo le mani e non trovo che te, sempre te. E provo odio”. Il colpo di stato, annunciato a partire dal secondo atto, finalmente scatta: i congiurati circondano Caligola, esultante per la fine che si avvicina, e lo insozzano con il sangue di cui hanno piene le mani, mentre una musica straripante si impone dalle casse, le luci si spengono e la platea esplode.

La regia di Emanuele Conte dimostra di capire tanto la chiarezza richiesta dalle parti meditative, in cui Camus ragiona sull’esistenza e sulla società, quanto la concitazione pretesa dalle scene che più sottolineano l’eccesso di Caligola. La gestione del ritmo tra questi due momenti, insieme alla bravura di tutti gli interpreti, è l’elemento fondamentale della riuscita dello spettacolo e del coinvolgimento del pubblico.

 

CALIGOLA

di Albert Camus

traduzione Andrea Bianchi

regia Emanuele Conte

con Gianmaria Martini – Caligola, Enrico Campanati – Cherea, Viviana Altieri – Cesonia, Giovanni Serratore – Elicone, Luca Terracciano – Il giovane Scipione, Pietro Fabbri – Patrizio, Yuri D’Agostino – Patrizio, Marco Lubrano – Patrizio, Alessio Aronne – Patrizio

assistente alla regia Yuri D’Agostino

scenografia Emanuele Conte

costumi Bruno Cereseto

luci e fonica Tiziano Scali

produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse

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