Amadeus: e il pubblico empatizza con Salieri l’assassino

di Marta Cristofanini

Teatro Stabile - Amadeus

 

Si tratta indubbiamente di una scelta audace, quella di mettere in scena al Duse il celeberrimo “Amadeus” di Peter Shaffer. E il motivo risiede proprio nella sua indiscussa notorietà, raggiunta grazie al film omonimo diretto, nel 1984, da Milos Forman e che fece durante la cerimonia degli Oscar una – meritatissima – strage. Il segreto del successo risiede senza dubbi nella sconcertante e irresistibile bravura degli interpreti (l’osceno ragazzino Mozart interpretato da Tom Hulce e il superbo, affilato F. Murray Abraham nel ruolo di Antonio Salieri) e nella suggestiva ricostruzione di quell’animato fine settecento, traboccante di contraddizioni (nonché di sontuose parrucche).

Ma non solo: l’asso nella manica di Shaffer è stato quello di riuscire a personificare in un gioco delle parti dal meccanismo inesorabilmente perfetto una passione universale dalla forza devastante, incontenibile, terribilmente umana: l’invidia. E tutte quelle inevitabili sfumature che da essa derivano. La frustrazione, il senso di colpa, la rabbia, l’impotenza, la crudeltà… Tutta la famigerata corte che assedia il Mediocre, a cui l’anziano Salieri si rivolge benigno, comprensivo, autodefinendosene il Santo Patrono: come non immedesimarsi, come non empatizzare, con solleticante e colpevole simpatia, con il vecchio Salieri ormai prossimo alla morte? Questo è il rapimento estatico fondamentale a cui non ci si può sottrarre e che ha consacrato all’eterna attualità e modernità la sceneggiatura di Shaffer.
Questa lunga introduzione, quindi, per ribadire che il regista Alberto Giusta si è posto dinnanzi un autentico problema-sfida coinvolgente attori e pubblico: come ricreare senza confondersi?

Nella messinscena genovese il ruolo di Salieri è stato affidato ad un incredibile Tullio Solenghi, il quale riesce bene a sfruttare a suo favore la dimensione teatrale: l’utilizzo sapiente di pause sceniche, la malleabilità estenuata del viso, le posture eloquenti e, soprattutto, gli “a parte” di cui il pubblico è il goloso ed unico uditore, hanno favorito un’immediata empatia manifestata dai frequenti scoppi di risa in sala.

Il trio composto da Davide Lorino, Andrea Nicolini e Roberto Alinghieri (rispettivamente l’imperatore d’Austria Giuseppe secondo, il Conte Orsini Rosenberg e il Barone van Swieten) si spalleggia con una ritmica esatta e ben oliata; da sottolineare il carattere entusiasta e molto più scopertamente infantile e frivolo dell’imperatore che si controbilancia godibilmente con l’austerità sibilante di Salieri: anch’egli, con poche e persistenti battute – “Bene. E anche questa è fatta!” – si conquista il pubblico. Venticello è l’intrigante tuttofare di Salieri, una vivacissima figura che sembra un’evoluzione spontanea di un personaggio della Commedia dell’Arte: Elisabetta Mazzullo ne è l’accattivante interprete.

Il ruolo di Constanze Weber, che avrei visto volentieri un po’ più maliziosa e capricciosa, è di Arianna Comes mentre Aldo Ottobrino veste eroicamente i panni del genio ribelle, l’incarnazione della voce di Dio: Wolfgang Amadeus Mozart. Il lato che Shaffer ha voluto esaltare è quello che emerge dalle lettere scritte dallo stesso musicista, un lato infantile, sconcio, triviale e al tempo stesso incredibilmente ingenuo, che ben si riassume nella modalità comunicativa dolce e sguaiata che lega il giovane musicista alla moglie. La figura paterna a mio avviso è rimasta troppo in ombra: un’ombra emaciata, non incombente e schiacciante come avrebbe richiesto lo sviluppo finale della storia ovvero gli spaventosi deliri di Amadeus figlio riguardanti il padre-padrone scomparso in cui l’ossessionato Salieri si inserisce silente, per assestare il colpo finale. Quest’ultimo agisce sempre indirettamente, come un timoniere invisibile, divorato da un odio-amore che lo eleva ad unico e martoriato testimone del sovrannaturale dono musicale di Mozart e al tempo stesso suo acerrimo nemico, suo diabolico assassino “sociale”.

Il dramma dell’invidia consiste nel suo essere un’arma a doppio taglio: costringe a voler rendere l’altro, l’invidiato, infelice, ma rende infelice ugualmente anche l’agente desideroso di nuocere. La lotta tra Salieri e Mozart non è altro che la rivalsa dell’uomo ferito nelle speranze e nei propri sogni nei confronti di un Dio che agli occhi del compositore appare come un malvagio buffone, il cui disprezzo riecheggia nella dissacrante risata del suo inconsapevole rivale.

Un’altra nota riguardante la regia è l’indecisione percepibile sull’utilizzo di tecniche “contemporanee”: citando a memoria, nella scena iniziale, in quello che pare essere un incubo notturno di Salieri, Mozart passa rincorso da un uomo-scimmione, che non viene più riutilizzato in scena: si tratta della figura paterna? Mozart stesso si definiva “la scimmia” del padre; o si tratta dello stesso Salieri?

Sempre nella rievocazione iniziale degli antefatti, Salieri viene come colpito da brevi attacchi di emicrania ogni qualvolta pronunci il nome di Mozart, a cui corrispondevano sonoramente suoni confusi di interferenze elettroniche: espediente irrilevante, dal momento che anche questo elemento non è stato più ripreso e non era particolarmente interessante; così come apparivano non pertinenti ma anzi lievemente disturbanti gli stralci di video proiezioni che squarciavano di tanto in tanto le pareti sceniche le quali contenevano, a scatola, lo spazio recitativo. Lo scopo era chiaramente quello di un’indicazione di luogo caratterizzante: l’effetto era piuttosto distraente. Per creare uno sforare luminoso che si alternasse alla pesantezza opaca della struttura fissa (la quale rappresentava pareti invecchiate e scalcinate) sarebbe bastato uno sfondo bianco di volta in volta illuminato di colori differenti: scelta apprezzata in alcuni momenti e che era riuscita proprio perché più sobria ed incisiva.

Un’altra digressione non ben accetta è stata l’inserimento, sempre circoscritto a quella sola scena, di una musica contemporanea di sottofondo – Jun Miyake – che accompagnasse il dondolio della coppia Constanze e Mozart ormai caduta in disgrazia: la comparsa simultanea di due alberi spogli ai lati della scena non ha né impoverito né arricchito di informazioni una situazione già esplicita per cui ne è risultato un superfluo didascalismo. Il testo è già fortemente comunicativo e “moderno” senza necessitare di questi aiuti scenografici un poco pavidi e incompleti: un utilizzo maggiormente centrale delle luci sarebbe stato senz’altro un accompagnamento più lineare ed efficace, che da solo contrasterebbe con l’opulenza ricercata dei vestiti settecenteschi.

“Amadeus”, in scena fino al 2 novembre, assolve nonostante tutto, per la sua conformazione drammaturgica universalmente coinvolgente e la contagiosa energia degli attori, il principio massimo del teatro: la catarsi. Andate dunque, e compartecipate a quest’inno dell’invidia, che sempre unisce ammirazione e odio, di chiunque si tratti, in qualsiasi tempo ci si trovi: la benedizione di Antonio Salieri vi attende.

 

AMADEUS

di Peter Shaffer

versione italiana: Masolino d’Amico

regia: Alberto Giusta

interpreti: Tullio Solenghi, Aldo Ottobrino, Roberto Alinghieri, Arianna Comes, Davide Lorino, Elisabetta Mazzullo, Andrea Nicolini

scene e costumi: Laura Benzi

luci: Sandro Sussi

produzione: Teatro Stabile di Genova, Compagnia Gank

 

 

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