Il labirinto secondo Fabrizio Favale

di Matteo Valentini

Foto di Ilaria Scarpa

Foto di Ilaria Scarpa

A Santarcangelo, Fabrizio Favale ha presentato l’anteprima assoluta della sua nuova creazione, “Orbita”.
Fabrizio Favale è un ballerino e coreografo italiano, si forma alla Compagnia Virgilio Sieni e nel 1999 fonda la compagnia Le Supplici, concentrandosi sulla capacità del corpo di evocare contesti immaginifici in atmosfere mitiche e arcaiche, con una coreografia che, al tempo stesso, vuole legarsi strettamente allo spazio reale in cui agisce. In un’intervista al blog Volevo essere Giulietta, Favale dichiara: “una coreografia pone sempre la richiesta di essere collocata in un paesaggio”.

Nel caso di “Orbita” lo spazio è una stanza dello spaccio Saigi, capannone industriale adibito alla vendita di pollame: spariti banconi, frigoriferi e attrezzi, nella sala si trovano tre file di casse da frutta, che fungono da platea, e uno spesso telone di plastica, su cui si esibiscono i quattro danzatori (Giuseppe Paolicelli, Francesco Leone, Daniele Salvitto e Daniele Valrosso). Tre ventilatori e due riflettori completano lo scarno arredamento dello spazio scenico, posizionato allo stesso livello degli spettatori.

Lo spettacolo inizia e i danzatori fanno il loro ingresso da un passaggio alle spalle del pubblico. Con addosso una giacca antivento chiusa, essi cominciano a ruotare su loro stessi alternativamente, accompagnati dall’azione discontinua delle ventole, compiendo ogni volta dodici giri: le loro orbite individuali richiamano quella che include in sé ogni essere vivente, quella della Terra. Dalle iniziali orbite solitarie si passa qundi a una danza collettiva, il cui comune denominatore rimane l’ossessivo movimento circolare, interrotto da evoluzioni solitarie eseguite con gli altri ai bordi del palco per cambiarsi, bere, asciugare il sudore: metateatro ormai usuale sulla scena contemporanea, quasi d’obbligo in questo caso con l’entrata e l’uscita dei danzatori alle spalle degli spettatori .

Nelle pause i ballerini riprendono, più o meno chiaramente, figure della statuaria classica e neoclassica: le Tre Grazie, tema reso celebre da Antonio Canova, il Discobolo di Mirone di Eleutère, i kuroi di epoca arcaica, perfetti esempi di immobilità. Durante lo spettacolo, la concitazione si fa mano a mano più forte, i corpi dei danzatori sudano, il pubblico avverte, tanto sono vicini, i loro sussulti, gli sbuffi, gli scalpiccii. La quarta parete rimane comunque salda e aiuta a conferire ai movimenti, insieme alla loro reiterazione, un’aura sacrale che rimanda istintivamente alle danze rituali dei paesi del sud-est asiatico.

Dal portone d’ingresso vengono portati in scena, da uno dei quattro danzatori, cinque oggetti, che riassumono le diverse componenti dello spettacolo: un ombrello aperto richiama la circolarità; un’elica il moto dei ventilatori; una lampadina l’azione fondamentale dei riflettori, che creano sulla parete intonacata di fondo una serie di ombre confuse, quasi appartenenti ad un mondo altro, contrastanti con la nuda evidenza dei corpi in scena. Un telo di nylon rimanda al materiale di cui è composto lo spazio scenico e all’aridità, all’asetticità del capannone in cui sta avvenendo la rappresentazione. La macchina da scrivere è l’ultimo oggetto ad essere portato in scena. Essa richiama forse l’inutilità delle parole all’interno dello spettacolo: appena uno dei danzatori inizia ad armeggiare, curioso, intorno all’oggetto appena comparso, un altro lo prende delicatamente tra le mani e lo posa vicino agli altri quattro.

Forse questo dis-uso della scrittura si può ricollegare alla dichiarazione di poetica espressa da Favale all’interno dell’intervista già citata: “Mi piace che un lavoro venga permeato e modellato da qualcosa che non è previsto su carta e progetto”.
Forse l’oggetto sottolinea l’omaggio a Italo Calvino, a cui il coreografo ammicca attraverso gli intricati segni formati dai corpi e dalle loro ombre, che ricordano l’ultima fase della celebre “sfida al labirinto”: se nel saggio omonimo (1962), Calvino aveva parlato di letteratura che non riproducesse il labirinto, ossia la realtà, ma che ne cercasse una via d’uscita – ”è la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto” -, nel 1983 fa dire al protagonista di Palomar: “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”.

“Orbita” non è leggibile con facilità: non indica una chiara via di uscita e forse nemmeno ci prova, ma è certamente un’ottima ed accurata riproduzione del labirinto.

 

ORBITA

ricerche e coreografia Fabrizio Favale
musiche originali Mountains
set Le Supplici
danzatori Francesco Leone, Giuseppe Paolicelli, Daniele Salvitto, Davide Valrosso
con il contributo di MIBAC, Regione Emilia–Romagna e del FONDO PER LA DANZA D’AUTORE della Regione Emilia-Romagna

 

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