Danio Manfredini si mette in scena

di Matteo Valentini

Foto di Ilaria Scarpa

Foto di Ilaria Scarpa

“Vocazione” è tra i primi spettacoli ad aprire il festival di Santarcangelo, alla sua quarantaquattresima edizione. Danio Manfredini riflette sulla figura dell’attore, la smembra in diversi quadri, la investiga nella vita privata, sulla scena, dietro le quinte, nei recessi dell’interiorità, in rapporto a se stesso, al pubblico, ai compagni di vita e di lavoro: le sezioni sono delimitate in modo chiaro, ma questa analisi “a tutto campo”, ora metaforica ora crudamente realistica, rende difficile scinderle del tutto.

Comune denominatore della messa in scena è la vocazione, mai costante, che spinge all’istrionismo, al suicidio, al capriccio, e che viene messa tragicamente in discussione quando l’attore si rende conto di essere un “profeta di morte”, condizione che proviene dall’essenza caduca del teatro, che muore nello momento in cui è messo in scena, senza lasciare traccia: l’attore, il pubblico, l’edificio teatrale sono componenti che variano di momento in momento e che svaniscono appena la rappresentazione termina.

Alcune domande istintive nascono mentre si assiste allo spettacolo: il capocomico che, ubriaco, sprofonda nel letto e subisce gli improperi e i rimproveri della moglie (Vincenzo Del Prete, aiuto regista e compagno di Manfredini per l’intera pièce), aspettando di rientrare in scena come Lear, è lo stesso che all’inizio dello spettacolo si presenta come attore disoccupato da trent’anni e pronto per un ingaggio nella sua parte storica, quella del Lear? E costui è il medesimo che sogna la madre morta e che, una volta sveglio, affronta l’ultima bufera dello spirito con a fianco Nikita, il suggeritore della compagnia, come il re shakespeariano vicino al Fool?

Forse questa volontà di ricostruire una trama coesa e continua danneggia un’opera basata sulla molteplicità e sulla compresenza: la successione delle scene non vuole trasmettere uno sviluppo diacronico, ma sincronico; ogni quadro ha più di un elemento di continuità con gli altri, ma non rappresenta uno step, bensì la sfaccettatura di una visione in cui si confondono riflessioni di Manfredini sul teatro ed echi dalla sua vita privata. Nell’ultimo atto il protagonista riacquista tutta la statura di un uomo di spettacolo, smarrita nelle rappresentazioni dell’attore come prostituta, fallito, pazzo, accetta la propria condizione e demanda al pubblico, ai profeti di vita, di trovare un connubio tra realtà e palcoscenico.

All’interno dello spettacolo si avvertono alcuni momenti di stasi, dovuti alla non eccessiva originalità del testo e del tema di fondo. Queste pecche sono, in parte, attenuate dalla regia impeccabile di alcune scene – una su tutte la commistione di teatrodanza e videoinstallazione nella scena delle prostitute -, dal polimorfismo straordinario di Manfredini e dal continuo spostarsi dell’orizzonte di riferimento, da biografico, a filosofico, a professionale, che crea la suggestione di avere davanti agli occhi un corpo vivo, che trasuda verità.

 

VOCAZIONE

ideazione e regia Danio Manfredini

con Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete

assistente alla regia Vincenzo Del Prete

progetto musicale Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri

disegno luci Lucia Manghi, Luigi Biondi

collaborazione ai video Stefano Muti

produzione La Corte Ospitale

un ringraziamento a tutti coloro che hanno sostenuto il progetto attraverso la campagna di crowdfunding, in particolare ai “coproduttori” di Sotto-Controllo, Elsinor Teatro Stabile di Innovazione, Associazione Versiliadanza, Collettivo di Ricerca Teatrale – Vittorio Veneto

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