Un tango per Violetta: l’Inquietudine abita la milonga

di Marta Cristofanini

UnTangoperVioletta©HyenaPhotographer

 

“(…) che la fine precede il principio e la fine e
il principio erano sempre lì, prima del principio e dopo
la fine. E tutto è sempre
ora.”
Thomas S. Eliot

 

Qualche tavolino disposto lateralmente – accenni di fiori nei vasi come abbozzi di solitudini. Il fondale è nero, spoglio e vastissimo, forse a suggerire l’immobilità di una nottata densa, eterna, mentre in proscenio, su entrambi i lati, due alte vetrate in stile art déco si ergono eleganti e algide. Pur nella sua essenzialità scarna, l’impatto scenico è immediatamente evocativo. Un luogo lugubre, dove aleggia il lutto, ma dignitoso: qui la malinconia e la tristezza sembrerebbero essere assidue e prestigiose clienti. Personaggi immobili sono posizionati nello spazio ad aumentarne l’oscura tensione di luogo intensamente vissuto ma, poi, inspiegabilmente abbandonato: fantasmi? Antichi frequentatori? Cristallizzati per sempre nelle pose di ciò che furono, riprendono una danza mai interrotta o alla cui sempiterna esecuzione sono costretti; come bellissimi dannati che, incuranti di noi, della notte, espiano colpe passate.

Un misterioso elenco di celebri morti sembra aprire ufficialmente le danze: i personaggi formicolano incessantemente per la milonga, cercandosi, respingendosi, a gruppi, a coppie, in solitudine. Sono eleganti: i vestiti delle donne fiammeggiano, gli uomini indossano una sobrietà puntigliosa. Eppure la sala da ballo in cui si trovano, la milonga per l’appunto, affonda le sue radici in un passato di povertà: all’epoca della sua nascita, essa era considerata come la balera della gente comune, non benestante, che sublimava ai ritmi della milonga e del tango le difficoltà di una vita pezzente.

Una donna fra tutte sembra esserne l’anima tormentata: Violetta, che passa con indolenza tra le braccia di ogni danzatore che le si offra. La sua ricercatezza è presa in prestito: inquieta, nasconde nello sfarzo un’inadeguatezza da fuoriclasse. Dal momento che la narrazione coreografica richiama esplicitamente il nucleo drammatico della Traviata, si cerca di seguire le orme della celebre opera istintivamente. Il giovane da lei preferito non può che essere Alfredo, mentre il duetto strattonato e sofferto con l’uomo più maturo si rivela essere il colloquio tra lei e il padre dell’amato, l’austero Giorgio Germont, che la costringe a rinunciare al proprio amore per salvare il decoro della famiglia – essendo Violetta una sorta di mantenuta, sarebbe stato impensabile infangare il buon nome della famiglia ufficializzando un legame che, seppur vero, sarebbe stato inappropriato. Avviene così il distacco dall’amato e la conseguente malattia che la porterà alla morte.

La traccia narrativa delineata, con in aggiunta un’evidente traslazione temporale, è e deve rimanere unicamente il pretesto della coreografia: è servita per intessere un’atmosfera dove i veri protagonisti emersi sono il significato e l’emozione del sacrificio, del tradimento. Un sacrifico che è sì quello di Violetta, ma che anche riveste un destino più universale, più onnicomprensivo: il sacrificio si genera da una scelta. La scelta implica rinuncia ovvero l’esclusione di una delle due alternative. Il sacrificio, spesso visto in chiave di passività, è frutto di una presa di posizione davanti al mondo e a sé stessi: l’eco di ciò che è stato deciso si ripercuoterà sempre in ciò che sarà fatto. Decido quindi sono deciso.

Quel che i danzatori hanno offerto alla platea è questo senso di pesantezza della memoria, di qualcosa che al tempo stesso viene subito e creato. Il ripercuotersi eterno delle conseguenze, presenze precedenti al momento del discrimine: Violetta comincia a tossire e a presagire la morte ancor prima di saper quello a cui andrà incontro. La conseguenza – la morte o la malattia o l’ipocrisia a cui l’hanno costretta – danza convulsa con il suo doppio. I fantasmi danzanti sanno bene, sanno troppo: consumati e opacizzati nei loro movimenti in cui è rimasta la forma ma da cui è fuggita l’imprevedibilità, la vita. I sentimenti, e le loro confusioni, sono evaporati: rimane la nudità dei fatti, la potenza del loro essere sta tutta nell’essere stati, nello spartito immodificabile, in quell’indescrivibile “non poteva essere altrimenti”.

Due danzatori nudi, letti e interpretati come l’altra strada, quella non presa, rappresentavano un’autenticità che forse Violetta sarebbe stata ben felice di abbracciare, al di là dei costumi sfarzosi, al di là delle falsità imposte. Un ritorno all’origine? Un rifiuto dell’ipocrisia dominante che costringe al tradimento, ad una dimensione che non ci è propria e che, imposta,dobbiamo stoicamente accettare? Tutti quei fantasmi hanno tradito molto. Tutti loro sono stati deformati dalla realtà. Violetta porta – sopporta – il senso di un sacrificio, di una scelta presa con dolorosa coscienza…ma che dire di loro? Bei manichini, che forse sono stati troppo conniventi con i regimi esterni. La danzatrice nuda, la più esposta, la più vulnerabile, viene intrappolata da un impassibile marionettista tra le cui mani ella si fa materia morta. Deformata anch’ella, verrà inserita infine nella danza degli imperturbabili ignavi.

Lo spettacolo, dopo uno svolgimento concitato, che si fa portavoce di una sotterranea inquietudine difficile da definire ma ben tangibile, si conclude come era iniziato, così come riprendeva da dove aveva concluso: l’uomo senza volto, la morte della ragazza… La foto iniziale si ricompone, i fantasmi si solidificano, in attesa di ricominciare quel tango che ora non è più che l’angosciante imitazione di passioni passate.
Giovanni Di Cicco e i danzatori Deos, con il loro vertiginoso talento, compongono un cupo tango che ben interpreta a mio parere malesseri reali che avvolgono la società odierna, colmandola di inquietudine. Una società che, come ben sappiamo, è invasa dalla crisi. A proposito di scelta: crisi e discrimine condividono la radice etimologica. Una crisi nasce nel momento critico della scelta.

 

UN TANGO PER VIOLETTA

Musica di  Giuseppe Verdi, Astor Piazzolla, Carlos Gardel e Osvaldo Pugliese
Coreografia  Giovanni Di Cicco
Luci  Luciano Novelli
Realizzazione scene e costumi  Fondazione Teatro Carlo Felice
Danzatori  Luca Alberti, Angela Babuin, Luisa Baldinetti, Cristina Banchetti, Filippo Bandiera, Emanuela Bonora, Melissa Cosseta, Dario Greco, Barbara Innocenti, Nicola Marrapodi, Erika Melli, Roberto Orlacchio, Roberto Pierantoni, Andrea Valfrè
Produzione di teatro-danza della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Giovanni Di Cicco Coreografo
DEOS Danse Ensemble Opera Studio

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Un Commento

  1. pastis86

    Complimenti!! Bella e approfondita recensione per uno spettacolo molto bello… brava!

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