Le Baccanti gitane invadono il Duse

di Matteo Valentini

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Il confronto non facile con “Baccanti”, tra le più complesse e problematiche  tragedie di  Euripide, viene affrontato da Massimo Mesciulam con eleganza minimalista: la scenografia è nuda quando Dioniso (Michele De Paola) nel prologo svela il motivo del suo arrivo a Tebe e solo la proiezione di una pelle maculata contamina la facciata, completamente nera, del palazzo di Penteo.  A riempire lo spazio scenico pensano subito le cinque Menadi che compongono il Coro, la cui realizzazione rappresenta una delle idee più interessanti di tutto lo spettacolo. Le Baccanti portatrici di un culto misterico legato al vino, all’ebbrezza, alle orge, del tutto estraneo ai Greci e, soprattutto, ad una città tradizionalista come Tebe,  arrivano dall’Asia con enormi valigie di cartone, come se fossero delle zingare: i loro accenti sono esotici, i loro vestiti poveri e malconci. Inneggiano a Dioniso tremando sincronicamente e strappandosi le parole di bocca con furore gioioso.

Penteo (Matteo Sintucci), si dimostra subito insofferente a questa sedicente religione, e dichiara di voler catturare Dioniso come un pericoloso corruttore e sottoporlo a un severo interrogatorio, che risulta in scena assai concitato nel ritmo, prima di imprigionarlo. Il dio riesce presto a liberarsi e con voce scanzonata da guascone inizia a ubriacare il tiranno, che non muoverà più guerra alle Baccanti, ma le andrà a spiare sul Citerone. Il regista decide di segnalare l’inizio del disorientamento mentale di Penteo con un netto stacco nel dialogo, interrompendo il battito ritmico presente fin dall’inizio del confronto: commette l’unico errore rilevante di tutta la messa in scena, sacrificando alla piena comprensione del pubblico l’instabilità del delirio, che il tiranno alterna a momenti di lucidità.  

Dopo l’arrivo di un soldato (Giulio Della Monica) che racconta lo smembramento del suo padrone e riesce a rendere degnamente una delle più belle rheseis di tutto il teatro antico, Agave (Luigi Bignone) entra in scena mostrando orgogliosa e folle la testa di Penteo, suo figlio, conficcata nel proprio tirso. La segue suo padre Cadmo (Davide Mazzella)  portando con sé i resti del corpo del tiranno all’interno di alcune buste di plastica. I lunghi silenzi di Agave, che seguono i disperati tentativi paterni di farla rinsavire, aumentano a dismisura la climax fino al rinsavimento della donna, che sorprendentemente non scioglie la tensione e crea, così, una forte inquietudine nel pubblico: Agave, attonita più che terrorizzata, una volta consapevole di ciò che ha fatto,  non si straccia i vestiti, non urla ma, sottomessa, dopo aver ascoltato la  voce di Dioniso che si diffonde ora risoluta e terribile dagli altoparlanti, bacia le carni di suo figlio e le porta con sé in esilio.                                                                                                                                                                    

Mesciulam mette in scena “Baccanti” con sobrietà, esaltando le capacità dei suoi allievi: è il caso, in particolare, di Michele De Paola, bravo a assumere un contegno ora provocatorio, ora spietato e di Luigi Bignone, capace di creare e reggere la tensione stando sempre sulla linea tra rassegnazione e follia.

 

LE BACCANTI

di Euripide

Versione italiana di Edoardo Sanguineti

Regia di Massimo Mesciulam

Personaggi e interpreti: gli allievi del Master della Scuola di Recitazione “Mariangela Melato”

 

 

 

 

 

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