Danzareteatro, ultima serata. Koiné e Francesca Zaccaria chiudono e in bellezza

di Gaia Clotilde Chernetich

Il tempo vola: siamo arrivati all’ultima serata di una rassegna – Danzareteatro – che ha reso finalmente onore e giustizia alla danza contemporanea locale. Il pubblico in sala attende l’inizio dello spettacolo e già molte delle persone presenti, i cosiddetti “addetti ai lavori”, ma anche i numerosi appassionati di danza del pubblico genovese, vorrebbero poter coniugare liberamente i verbi, declinandoli al futuro in attesa della prossima edizione di Danzareteatro. Non devono mancare, queste occasioni, perché sono vitali sia per gli artisti che per il pubblico, due “collettività” il cui dialogo non deve mai essere interrotto.

Sono state serate riuscite, dunque, quelle andate in scena nei giorni scorsi al Teatro Archivolto, tutte caratterizzate da una partecipazione locale decisamente intensa; la rassegna di danza contemporanea organizzata dalla Rete Contempoligure ha regalato non solo emozioni, ma anche la meritata, necessaria visibilità a tutte le compagnie presenti.

Si è trattato di un’occasione di confronto e di condivisione forse senza precedenti, una vetrina ampia e approfondita durante la quale gli esponenti della danza contemporanea regionale si sono potuti mettere alla prova davanti allo sguardo dei propri “colleghi” e dei propri concittadini, un pubblico esigente che sa selezionare attentamente la propria dieta teatrale.

Felicemente, la danza locale non sembra soffrire della scarsità di mezzi cui purtroppo è sottoposta. Non c’è soltanto la crisi da combattere e “alleviare”, in questo caso, ma la necessità di costruire – come gli artisti genovesi stanno facendo anche grazie alla Rete da loro fondata e mantenuta preziosamente viva da diversi anni – un pubblico ancora più attento, una rete di teatri che non programmino la danza solo quando possono permettersi di “essere coraggiosi” e quella consapevolezza di visione che la danza in qualche modo sempre richiede per non dover temere di essere recepita sotto forma di puro esercizio di stile, quasi esclusivamente, rischiosamente estetico.

In linea generale, qui come altrove, ciò con cui talvolta il pubblico fa ancora un po’ fatica a rapportarsi, è l’assenza – nella coreografia – di un fil rouge narrativo esplicito che accompagni la scrittura coreografica con una storia, un’evoluzione di segni e significati cui attribuire un senso il più oggettivamente leggibile e compiuto, più facilmente trasmissibile a parole, più vicino al concetto classico di “racconto”, sebbene quasi esclusivamente gestuale.

Non c’è nulla da temere, tuttavia, né nell’estetica della danza contemporanea – anche di quella più “estrema” – né nei suoi artisti, perché la danza parla al corpo di ciascun spettatore attraverso il corpo fisico e spirituale di coloro che, dotati di quel gene allo stesso tempo carnale ed effimero quale è quello governato da Tersicore, votano la propria vita a quest’arte a torto troppo spesso ritenuta “secondaria”.

A partire da punti di vista a volte molto diversi tra loro, ognuna col proprio bagaglio tecnico, poetico ed estetico, tutte le compagnie hanno dato prova della loro piena presenza sul campo, combattive e senza nulla da temere rispetto agli ensemble e ai gruppi di altre reti regionali o di altre associazioni d’artisti. La rete Danzacontempoligure, al contrario, dovrebbe viaggiare di più!

Auspichiamo che presto i palcoscenici regionali non le bastino più, e che possa quindi “migrare” più spesso altrove, la danza ligure, più di quanto già non accada, per tornare poi a casa, magari, arricchita e agguerrita, come ha mostrato di essere.

Ma torniamo all’ultima serata della rassegna… Le luci della sala si abbassano lentamente quando dai corridoi laterali della platea inizia la danza di Rocco Colonnetta e Serena Loprevite della compagnia Koiné.

Immediatamente, il loro lavoro mostra una fisicità accentuata, che richiama – e senza nessun timore del paragone – le proposte coreografiche più “fisiche” provenienti dalla tradizione estetica e coreografica contemporanea più marcatamente “europea”. Si potrebbero citare tanti nomi a titolo di esempio, per far capire a chi legge che cosa i nostri occhi hanno avuto davanti, ma nella proposta di Koiné vi è una rarità che non accetta facilmente confronti o riferimenti altri: la centralità del corpo riesce a superare l’esclusività dell’aspetto relazionale indetto dal movimento dei corpi per raggiungere una drammaturgia “plastica” che veramente riesce a mettersi in relazione con lo spazio circostante. La sala Mercato del Teatro Archivolto diventa allora una scena naturale per l’espressività di questi due danzatori che si fanno, letteralmente, anima e corpo. Mentre i loro fisici atletici si dedicano all’arte precisa della costruzione del movimento, il fiato del pubblico resta sospeso, perché i segni coreografici appaiono sempre “all’ultimo”, mai prevedibili. Il progetto, legato alla città di Genova, ne descrive l’andamento irregolare a sali scendi, di essa racconta anche le chiusure e le inaspettate aperture, così che la danza sembra poter tradurre, alla stregua di una lingua “altra”, l’identità dello spazio circostante, sia dentro che fuori il teatro.

Gaia_028(foto di Kelly Costigliolo)

A seguire, Francesca Zaccaria della compagnia Dergah Danza Teatro permette al pubblico di approdare su un altro di quei pianeti che compongono la galassia della danza contemporanea.

Se Koiné ha presentato un lavoro dove la drammaturgia emerge soprattutto dalla danza pura, nel caso di Francesca Zaccaria, la danza si lascia andare maggiormente ad influenze teatrali e ad una drammaturgia meno astratta, più aderente a gestualità e significati leggibili nella quotidianità del corpo di ciascuno.

L’ingresso è su una scena rigorosamente delimitata da un perimetro luminoso bianco. La danzatrice indossa un cappotto leggero il cui tonfo al suolo, come una caduta inaspettatamente vertiginosa e libera, segna l’inizio di una scrittura coreografica spasmodica, veloce e allo stesso tempo accurata, precisa. Immediatamente, si potrebbe cadere nel tranello di una lettura autobiografica di quello che accade sul palco, ma non è così. La danza di Francesca Zaccaria instaura una tensione univoca che tende all’universale passando attraverso il pubblico, ed è grazie a questa tensione, e non solo al suo puro racconto coreografico, che il pubblico in sala si specchia nella sua danza, e la comprende.

Il corpo di Francesca Zaccaria è un’orchestra di segni che, anche quando questi sfociano nell’astrazione, mantengono sempre un rimando chiaro all’esistenza, al gesto propriamente detto. Non v’è nulla di casuale, nulla che possa dare l’impressione di essere giunto sulla scena senza essere passato dal corpo, attraversando – penetrandolo – tutte, ma proprio tutte le stratificazioni. E così appaiono, all’interno di un ritmo organico, ma crescente, ferite e gioie, coraggio e paura, ritrosia e desiderio. E’ una danza molto sofisticata, quella cui assistiamo, ma destinata, offerta a tutti.

Gaia_025(foto di Kelly Costigliolo)

L’artista cade (come frutto e figlio), ma non sulla scena. Al contrario, sul palcoscenico trova l’equilibrio costante dello sguardo, e come una guerriera, la danzatrice – sempre – si rialza.

Così è la danza, che ha questa forza e che tanto ama, riesce a trasmetterla, a chi la pratica e a chi – con occhi attenti e i sensi all’erta – la ascolta. In attesa della prossima edizione, cogliamo l’occasione per ringraziare tutti gli artisti, che grazie al loro contributo hanno permesso questo viaggio, nei loro spazi interiori e nelle loro pratiche, con la speranza che nuovi sguardi siano nati, intanto, per la danza del nostro territorio che merita, sì, merita davvero di andare lontano.

Serena Loprevite – Rocco Colonnetta / KoinéGenova

… E come sottofondo il rumore della città

coreografia e danza Serena Loprevite, Rocco Colonnetta

Francesca Zaccaria / Dergah Danza Teatro

L’artista cade (come frutto e figlio)

coreografia e interpretazione Francesca Zaccaria

disegno luci Aldo Mantovani

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