La danza di Nicola Marrapodi e Emanuela Bonora, i giochi percettivi di |scarti| alla prima di DANZARETEATRO

di Gaia Clotilde Chernetich

fotografie di Kelly Costigliolo

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|scarti| di Nicola Marrapodi e Emanuela Bonora è la cronaca sostanziale e millimetrica di un movimento interiore che il corpo rivela, mostrandone all’esterno forme, tensioni muscolari e dinamiche coreografiche. Si direbbe uno spettacolo per altri occhi, di certo non solo per quelli che noi spettatori portiamo incastonati nel volto, aperti – si auspica – a ricevere qualcosa che anche altre facoltà saranno pronte a percepire.

Il riavvolgersi di un filo rosso tra le mani di Emanuela Bonora è un preludio di passi a forma di spirale. Poco più lontano, al centro della scena, due sedie nere sistemate schiena contro schiena emergono dal buio attorno a una ragnatela di fili rossi che immediatamente accendono un duello tra percezione formale e percezione emotiva, eleggendo questo tema a cuore della performance.

L’occhio dello spettatore assiste inequivocabilmente a una tela di linee spezzate, tuttavia, non vi può davvero credere: quella linea rossa si percepisce infatti come unita, continua. Questo errore “tecnico” di percezione è, organicamente, il rifiuto per un’azione avvenuta al di fuori di una narrazione condivisa, un’azione accaduta per ragioni oscure e, soprattutto, avvenuta prima dell’evidenza dell’intervento umano che l’ha determinata. Sembra impossibile prendere atto di ciò che appare, dunque l’occhio si confonde, seguendo il desiderio tutto positivo del cuore, immaginando l’unità dove questa già non ha più luogo.

Le linee spezzate sono il fatto compiuto che si confronta con la spietata assenza di prove, l’assenza di un senso, emotivo oltre che narrativo, che ne giustifichi l’esistenza, seppur fittizia, sul palcoscenico. La coscienza di quella rottura, già avvenuta e – in quanto non percepita – ancora tutta da farsi, giunge solo ed esclusivamente attraverso la danza, che interviene come forza fisica e veicolo del potenziale espressivo del corpo. In quanto tale, |scarti| è pura celebrazione del gesto, della forza fisica pura, completamente umana, dove l’incontro con l’altro si posiziona, per la sua forza, al limite dell’erotismo: è la dimostrazione di come, senza il corpo, ciò che resta fuori da una narrazione appaia sempre come freddo, inaccettabile.

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Spesso si accusa la danza per così dire “contemporanea” di essere incomprensibile; chi scrive di danza si trova a dover testimoniare che proprio questa sia, troppe volte, l’assenza denunciata da chi esce dai teatri ripromettendosi che – sarà stata l’ultima volta – la danza non li ingannerà più, quella promessa di bellezza non eserciterà più la sua attrazione di cui “non si capisce niente”. Siamo felici, invece, di veder qui riconsegnata alla danza la sua corona di regina dell’azione scenica, portatrice sia di un gesto formale pulito, leggibile, sia di un senso a tutti gli effetti compiuto.

Emanuela Bonora e Nicola Marrapodi sono membri del DEOS, un esperimento innovativo in Italia, un corpo di ballo “contemporaneo” presso un teatro lirico quale è il Carlo Felice di Genova. E da lì provengono, Emanuela e Nicola, dove, guidati dal coreografo Giovanni Di Cicco, mettono a disposizione della città – ancora troppo ignara della sua fortuna – energie artistiche ed emotive che puntano ad una consapevolezza nuova del ruolo dell’artista nel suo territorio di riferimento.

Nonostante la provenienza da un percorso artistico forte, che facilmente rischierebbe di marcare troppo il gesto personale tarpando le ali alla ricerca coreografica fuori dai confini della compagnia, Nicola Marrapodi e Emanuela Bonora mostrano di appartenere, senza dubbio, ad una scuola, ma si mostrano anche capaci di una libertà ancora nuova. La fragilità di alcune piccole scelte espressive risulta – senza che ve ne sia realmente il motivo – da una non piena fiducia nella propria forza autoriale. E’ un peccato, ma non è grave, poiché la bellezza della danza e del gesto è tale, non solo da mettere alla prova qualsiasi sistema percettivo, ma da allietare il cuore, poiché la danza è lì, vibrante nei corpi di entrambi i danzatori e calda, necessaria in quanto organica, forte e allo stesso tempo, magica, trascendentale.

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