Dalla prima serata di DANZARETEATRO: “Vuoti a rendere” di Piera Pavanello/ENZ-Massimiliano Caretta

di Massimo Milella

Vuoti a rendere 5

Spetta a Piera Pavanello e Massimiliano Caretta aprire lo spazio scenico della Sala Mercato per la seconda edizione di DANZARETEATRO. La platea è nutrita: ENZ, movimento indipendente di danza sostenuto dall’associazione Vera Stasi e creato nel 2008, tra gli altri, dalla stessa Pavanello, è ormai una realtà consolidata, con un suo seguito tra gli addetti ai lavori.

Vuoti a rendere presenta una scena vuota, fatta eccezione per le estremità, in cui spiccano da un lato una pila di quaderni, libretti, appunti e, dall’altro, un basso elettrico con assortimento di pedaliere e sound machine. Sono i luoghi iniziali, opposti, da cui i protagonisti tesseranno il racconto delle loro traiettorie artistiche ed emotive.

Il linguaggio è quello del teatrodanza, certamente più vicino alla tensione creatrice della Pavanello che alla giocosità entusiasta di Caretta. La partitura drammaturgica risente, invece, di un’eredità puramente teatrale, nella sua suddivisione in quadri e nella separazione piuttosto chiara degli stessi, oltre che nella costruzione di vere e proprie battute, ora sospirate, accennate, declamate o semplicemente agite.
Si colgono con chiarezza le linee narrative: il rapporto tra i due interpreti in scena consiste in una graduale scoperta reciproca che invita i due a confluire uno nell’altro, cercandosi e incrociandosi. Pavanello conduce l’azione per prima, abitando la musica di Caretta, con i propri appunti in mano, la propria ispirazione di partenza. I due mondi sono ancora lontani, tuttavia, perché ancora ben marcate sono le differenze nelle rispettive rese sceniche: coesistono, indissolubilmente legate, ma tanto accentratrice è la danza, quanto periferica la musica.

Appare presto evidente che lo spettacolo si incentrerà sul superamento di questo limite, sulla fusione vera tra i linguaggi e tra le fisicità diverse. Cosa che avverrà irreversibilmente, quando il musicista invaderà letteralmente il territorio della danzatrice, sorprendendola a sua volta in una reiterata partitura di azioni che allude ad un percorso artistico accidentato, incastrato in una routine meccanica e ostacolata. Il musicista si inserisce tramutando la partitura coreografica in gioco, convertendola ad una luce infantile e ludica. La danzatrice avverte il cambiamento, lascia la propria scena all’amico che l’ha colta di sorpresa e scompare nel buio. La rivedremo naturalmente nella postazione opposta, quella del basso elettrico e delle pedaliere, in un processo di scambio inevitabile, che però non è ancora vera fusione.
Questa avverrà solo quando il musicista, ora anche danzatore, interagirà finalmente con la pila di appunti lasciata incustodita. Ancora una volta, il rapporto tra i due è illuminato dal senso della scoperta, l’uno dell’altra.

Gli appunti, agiti scenicamente in svariati modi – tenuti in equilibrio sulla testa, disseminati sul palco per rappresentare un percorso di sassi che affiorano da un corso d’acqua –  sono la chiave della performance: al loro interno esistono infinite suggestioni, ipotesi, progetti, descrizioni brevi di traiettorie aeree ed impercettibili, tutte sulla carta. Caretta e Pavanello ne leggono stralci, le accennano, le condividono.

Il cantiere creativo di un artista è la sua intimità. La messa in comune di due cantieri creativi è – dunque – l’incontro, la relazione organica che trascende la frivolezza infantile della carta, dell’idea semplice. Arriva fino a questo punto e non oltre il percorso di Pavanello e Caretta, in una sorta di happy ending che ha il pregio di raccontare, con un’esibita leggerezza, l’urgenza di uscire dall’isolamento per sopravvivere artisticamente, di fondersi per trasformare l’invisibile in concreto. Può far discutere la scelta di una certa discontinuità o di una sottolineatura a volte eccessiva delle tematiche assai chiare anche senza i suggestivi giochi di luci e di ombre o l’insistenza non sempre fantasiosa nell’utilizzo fisico dei preziosi quaderni, tuttavia, questo lavoro va difeso perché si inscrive in un genere poetico, intellettuale, più che prettamente di danza o di teatrodanza.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: