Il diario critico della rassegna DANZARETEATRO, si apre con “Plastic Play-Pen 4.2” e l’intervista a Olivia Giovannini

di Gaia Clotilde Chernetich

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Sarà la performance Plastic Play-Pen 4.2 di Olivia Giovannini ad aprire, questa sera alle 20, le danze della seconda rassegna organizzata e curata dalla rete DanzaContempoLigure in collaborazione con il Teatro dell’Archivolto e sotto il patrocinio di altre “etichette” attive localmente quali Arbusti, GhettUPtv, La Claque in Agorà, TILT, ma anche il Comune di Genova e la Regione Liguria.

Oltre ad Olivia, stasera andranno in scena Piera Pavanello/ENZ e Massimiliano Caretta con Vuoti a rendere e Nicola Marrapodi e Emanuela Bonora con |scarti|.

Olivia riproporrà ogni sera, per tutta la durata della rassegna, una performance altamente sperimentata che fa parte del suo repertorio da ormai sette anni. Con un Ipod che diventa parte integrante del suo corpo danzante, la performer invita un membro del pubblico ad indossare le cuffie per seguirla in una danza a due. Da un punto di vista formale, Plastic Play-Pen 4.2 spezza – senza appello – le barriere della distanza non solo d’osservazione, propria della condizione quasi esistenziale del “essere pubblico”, ma anche quelle fisiche di una partecipazione che supera anima e corpo, il limite tra soggetto e oggetto, osservatore e osservato. Quella che si muove, è una figura doppia e unita, contraddizione e conferma di una dualità insita sia nel danzatore che nell’osservatore che, proprio per la sua presenza, ne definisce l’identità e la sostanza.

Nelle scorse ore abbiamo intervistato Olivia, che ci ha spiegato l’origine e il senso del suo lavoro come coreografa e performer.

Come è nato il progetto di questa performance?

Il progetto è nato nel 2007 per un evento del festival Corpi Urbani presso la galleria Wolfsoniana di Genova Nervi. Il lavoro nacque da una necessità: non potendo usare altra musica che quello diffusa dal museo, ed essendo la scelta musicale uno dei cardini della mia ricerca dell’epoca, pensai di portare la musica addosso, utilizzando un abito che mi permettesse di avere sempre con me un Ipod e delle cuffiette. Da questo, poi, giunsi all’idea di una condivisione privata del suono con un solo fruitore per volta e al pensiero che chi indossa le cuffiette con me si espone alla vista del pubblico esattamente come me, mentre chi resta al di fuori vive un’esperienza ancora differente, osservando due persone che danzano un loro momento privato. P.P-P. 4.2 si è strutturato come un gioco urbano ed è stato presentato in stazioni della metropolitana, musei e altri luoghi di transito in cui la performance non viene dedicata per forza ad un pubblico consapevole di esserlo, ma sopratutto ai passanti, secondo il principio della Serendepity che ci permette di trovare una cosa mentre ne cerchiamo un’altra.

Quando hai iniziato a collaborare con la rete DanzaContempoLigure?

Sono parte della rete fin dalle sue origini. La rete porta con sé la ricchezza di realtà molto differenti che si sono unite senza l’intento di creare omogeneità di poetiche e pratiche, ma – piuttosto – un pensiero condiviso sulle condizioni della danza sul nostro territorio. La rete è un collettivo aperto ai professionisti del settore che abbiano voglia di contribuire a questo pensiero condiviso, la prospettiva è quella di incontrare altre nuove realtà.

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Cosa ti ha portato a decidere di riproporre questa performance proprio quest’anno?

Ho proposto questa performance per la seconda edizione di DANZARETEATRO perché la sua natura di gioco urbano legato alla Serendepity la rende ideale per agire tra teatro e ambiente circostante. Questo lavoro crea un ponte tra un ambiente protetto e il suo fuori, ricordando che la performance non è solo teatro ma anche realtà osservata con occhi differenti. In generale, questo punto di vista è coerente con la mia ricerca artistica, che va oltre la danza pura nel tentativo di concepire formati performativi in cui il corpo possa superare i confini di genere, di pensiero, di visione, di relazione, eccetera.

In che modo la Rete interagisce con la tua evoluzione artistica? Quali sono le tue prospettive attuali e i tuoi prossimi impegni?

Le condizioni della danza in Italia sono oggi sempre più difficili; a Genova e in Liguria forse anche di più, in un momento di crisi diffusa diventa sempre più arduo lavorare in un settore ritenuto, in qualche modo, superfluo. Mi piacerebbe che la comunità comprendesse che la danza, come tutte le forme d’arte, è uno strumento di riflessione sulla realtà, sul momento storico, sulla società, sul tempo: l’arte, anche indirettamente, parla sempre di politica, e così anche la danza riflette, volente o nolente, sulle condizioni del corpo nell’ambiente circostante. Mi piacerebbe che la rete fosse ancora di più uno strumento di riflessione, in contatto con quello che succede nella danza e nell’arte contemporanea italiana, non solo a livello artistico.

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