Lucido o della solitudine

di Marta Cristofanini

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La sala Campana del Teatro della Tosse non è delle più gremite, la sera dell’undici aprile. I posti vuoti cariano la platea con indolenza snervante (nulla è più stimolante per entrambe le parti -spettatore e attore- di una sala in brulicante attesa). Eppure, non appena la luce blu del ristorante La Pierrata s’addensa sui tre protagonisti seduti compiti a tavola, è una tensione-attenzione autentica e rigorosa quella che viene instaurata e abilmente intensificata per due ore tra platea e palco, tra noi e loro. Loro (oltre ad essere gli applauditi attori dell’Associazione Teatro C/R Milena Costanzo, Roberto Rustioni, Antonio Gargiulo e Maria Vittoria Scarlattei) sono gli squinternati membri di una famiglia argentina composta da Tetè, prototipo allucinato e logorroico della Madre vittima-carnefice, personaggio che meriterebbe un articolo approfondito a parte (grazie anche alla superba interpretazione della co-regista Milena Costanzo); Luca, il figlio minore, iper-protetto e in cura psichiatrica intensiva presso lo psichiatra Rosso, preferibilmente chiamato Cuchu (soprannome del calciatore argentino Cambiasso, a rimarcare l’ossessione calcistica del ragazzo, i cui sportivi sogni di gloria sono rimasti incompiuti a causa della malattia sopravvenuta); la figlia maggiore Lucrezia, scomparsa tredicenne in circostanze misteriose e ricomparsa, quindici anni dopo, per motivi ugualmente misteriosi; e infine Dario, il compagno di Tetè conosciuto in chat, tennista dispensatore di esilaranti parabole sportive (a sfondo tennistico, ovviamente) e che fungerà da cameriere servizievole tutto-fare presso La Pierrata, luogo onirico prescelto da Luca come teatro del suo “sogno lucido”.

Lo spettacolo viene così a svilupparsi “palleggiato” da una parte all’altra del palco, diviso da una rete immaginaria (mi si passi la metafora, Dario l’apprezzerebbe indubbiamente) in cui la vicenda da un lato si svolge in un luogo “reale”, ovvero la casa di Tetè, dall’altro invece si assiste ad un’improbabile riunione di famiglia per il compleanno di Luca. La finezza drammaturgica ha impostato l’aprirsi dello spettacolo sul primo dei ricorrenti sogni lucidi: sapiente collocazione che induce lo spettatore a scambiare inizialmente per realtà quella che altra non è che macchinosa costruzione mentale, dove i personaggi e la situazione sono pilotati da Luca, impegnato nell’imbandire una immaginaria cena di compleanno normale e rilassata (progetto che, con lo scorrere sempre più concitato dei sogni, si rivelerà alquanto impossibile). I sogni hanno uguale struttura; le variazioni sono apportate dai tre personaggi che, originariamente docili e concilianti ai voleri del figlio-demiurgo, si imbizzarriscono incontrollabili, sempre più astiosi e irascibili (la realtà quindi pervade e contamina la dimensione onirica in cui Luca allena la propria autonoma volontà).

Cosa accade invece nel luogo “reale”? Un caotico dipanarsi di incontri, dialoghi, supposizioni che si susseguono convulsi, sempre più assurdi: ciò bilancia ragionevolmente l’anemica mediocrità e la sciupata felicità a cui il figlio aspira nelle proprie elaborazioni oniriche. Il ritorno della figlia Lucrezia letteralmente frantuma il già precario equilibrio di Tetè: che la figlia rinnegata sia tornata per chiedere indietro il rene il quale, donato a tredici anni, salvò la vita al figlio minore? Da allora i due non si sono più rivisti. Tetè decise di non consegnare mai al figlio le lettere che la sorella, negli anni, gli aveva scritto…che sia questo insondabile senso di colpa annidato nella consapevolezza di essere sopravvissuto ciò che il dottor Rossi, pardon, Cuchu, sta cercando di curare? Oltre all’opprimente dipendenza di Luca dalla madre, soverchiato dalla sua massiccia, seppur incoerente, presenza?

Quanto più i confronti si fanno accesi e si arricchiscono di dettagli, tanto più i fatti si opacizzano drammaticamente, vengono modificati e plasmati a seconda della versione che si intende dare, in un dinamico, infernale relativismo il cui fine ultimo risulta sempre più inafferrabile e il cui risultato immediato, al limite del grottesco, strappa singhiozzi di risate. Al centro della tela: Tetè, la marionettista, tentacolare stratega a sua insaputa, il cui vizio di mentire e di storpiare la realtà dei fatti rimane inspiegabile fino a quando, dopo il confronto finale, l’unica, tremenda verità emergerà lenta, devastante, irrevocabile da un nuovo spazio, di cui non vi è traccia nel sogno lucido del mai (più) esistito Luca.

La drammaturgia sferzante ed inflessibile di Rafael Spregelburd unita ad una recitazione energica e mai sbavata degli interpreti porta a compimento un lavoro maturo che, dopo aver profondamente disorientato, ri-orienta lo spettatore all’apprestarsi delle ultime battute, approdando ad una scena insostenibilmente vuota, ingombra di dolorose assenze. Qui assistiamo alla rivelazione di una solitudine che, nelle passate due ore, non ha fatto altro che tenersi compagnia, parlando a voce alta. L’incoerenza ritrova la coerenza, l’insensato ridiventa ragionevole. Eppure, all’affievolirsi della luce, quelli che non sembrano stati altro che fantasmi si incidono vibranti nella nostra memoria fisica, nella nostra storia. E abbandoniamo la sala con la sensazione di conoscerne qualcuno, di quei fantasmi, i cui contorni si stagliano, dentro, sorprendentemente netti.

 

LUCIDO

testo di Rafael Spregelburd

traduzione Valentina Cattaneo, Roberto Rustioni

regia Milena Costanzo, Roberto Rustioni

con Milena Costanzo, Antonio Gargiulo, Maria Vittoria Scarlattei, Roberto Rustioni

assistente alla regia Elisabetta Carosio

coproduzione Associazione Teatro C/R – Fattore K – Olinda

 

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