Teatro dei Venti: periferie, limiti e luoghi comuni

di Massimo Milella

teatrodeiventi

 

Finalista a Scenario 2011, Senso comune mette in scena una composizione di esperienze eterogenee, raccolte durante il lavoro portato avanti con gli utenti del Centro di salute mentale di Modena, città in cui il Teatro dei Venti opera ufficialmente dal 2005, i detenuti della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia e i ragazzi della Casa di Reclusione per minori di Nisida.

Ma il punto di partenza dell’opera è un trauma personale, radicato nella voce del regista Stefano Tè, che, seduto davanti ad un microfono, al centro della scena, rievoca un episodio di violenza subito da bambino ad opera di camorristi. Il suo ricordo è protetto dal buio della sala e supportato dalla voce fuori campo dell’attore Ernesto Mahieux, il Peppino o’profeta de L’imbalsamatore di Matteo Garrone, il quale, sostituendosi gradualmente alla voce dello stesso Tè, ne prosegue il racconto, con l’effetto di portarlo da una dimensione privata ad una pubblica, aperta.

Il corso dello spettacolo vero e proprio è affidato ad un trio di interpreti disincantati e rabbiosi, che aggrediscono la scena, tracciando, ognuno con una propria cifra stilistica, i profili di personaggi che attingono alla disperazione di una periferia, appena abbozzata da una scenografia disseminata di bidoni, pile di taniche, bacinelle e un tavolino da campeggio, che allude più al provvisorio che al turistico.

E poi c’è Napoli, in questa periferia immaginaria, con le canzoni neomelodiche, le icone sacre, il dialetto, Eduardo De Filippo, l’incessante necessità di ribaltare i luoghi comuni e i pregiudizi, questi sì, turistici di una città speciale, la cui miseria, però, somiglia così tanto a quella di tante altre città.

Antonio Santangelo è deputato alla violenza bassa, sanguigna, come immediata vuole essere la sua fisicità, il dialetto, la sfacciata ironia con cui dissacra il monologo di Eduardo in Questi fantasmi applicandolo non alla preparazione del caffè, ma di una dose di eroina. La sua vicenda è circolare, uno zero autodistruttivo senza un crescendo, destinato a ripetersi fino alla fine dei suoi giorni; Igino L. Caselgrandi, anche autore delle musiche insieme a Matteo Valenzi, è l’anima muta del trio, certamente la più cupa, attraverso il suo talento di percussionista, grazie al quale, spesso, si trova a scandire il ritmo delle scene costruite dai suoi compagni: il suo personaggio non ha uno sviluppo, né una traiettoria, perché sceglie di essere fermo, come un punto; infine, c’è il percorso interpretato da Francesca Figini, apprentemente il più delineato, che passa dall’umile gesto di spazzare il pavimento, alla passione per i neomelodici napoletani, all’allusione di una sessualità ostentata e mercificata, fino al desiderio di morte, che fa da coerente viatico per un contatto con la religiosità popolare, l’icona sacra, incastonata in un suggestivo gioco di luce, nel quale la voce di Santangelo recita una splendida litania, amaramente incentrata sulle miserie di Napoli.

Lo spettacolo gioca fondamentalmente sulla tensione tra il particolare e l’universale, tra l’intimo e il collettivo, puntando sul doppio valore del titolo: il senso, termine quantomai connesso all’individualità della propria sensorialità, diretto però in una dimensione che esca dal privato e diventi, appunto, comune.

Nonostante alcune intuizioni assai brillanti di Tè e del suo gruppo, la cadenza ritmica dello spettacolo, che in qualche caso ricorda le graduali costruzioni di immagini e di figure di Pippo Delbono, non concede alle singole traiettorie dei personaggi di avere un adeguato respiro, che consenta al pubblico di entrare in empatia o di provare ad immaginare davvero la realtà che si nasconde dietro le performance.

E nel complesso, lo spettacolo non denuncia, non commuove, non stimola rabbia né domande: è una composizione nervosa ed inquieta, spesso illuminata da una felice fecondità creativa, ma che, forse proprio perché fortemente intrisa dell’intensa esperienza umana che la anima, propone una drammaturgia poco accessibile, di certo poetica, ma chiusa, di chi non ha ancora trovato il canale più immediato per lasciarla fluire liberamente all’esterno, per renderla autenticamente condivisa, senza rinunciare alla rabbia e all’emarginazione di cui è portavoce.

 

SENSO COMUNE

Regia Stefano Tè

Drammaturgia Giulio Costa

Con Igino L. Caselgrandi, Francesca Figini, Antonio Santangelo, Stefano Tè

Musiche Matteo Valenzi, Igino L. Caselgrandi

Voce fuori campo Ernesto Mahieux

Produzione Teatro dei Venti

 

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