Assenze e presenza del Teatro Magro

di Massimo Milella

teatro magro

 

I mantovani Teatro Magro hanno messo in scena i primi esiti del loro progetto Senza Niente nel luglio di tre anni fa e, con il tempo, tale lavoro si è delineato come un’ampia composizione costituita da quattro diversi monologhi, ciascuno dei quali ha per protagonista una figura fondamentale della produzione teatrale contemporanea, l’Attore, il Presidente, l’Amministratore di compagnia, il Regista.

Ognuno di loro si confronta con la propria professione, il proprio ruolo nella società, i luoghi comuni e le fragilità reali della propria identità in un processo produttivo frammentario e di difficile ricostruzione, che lo stesso Teatro Magro contestualizza in un ellenistico ed immaginario tramonto.

Il progetto generale di Senza Niente, dunque, denuncia un’assenza e nasce idealmente dalla affermazione di essa, per costruire un proprio senso e dare una ragione alla propria scelta di fare teatro, ma è chiaro che per ogni figura professionale tale assenza è diversa.

Ed è altrettanto naturale che, dovendo scegliere uno dei quattro monologhi, il Teatro Magro abbia proposto al contesto specifico di Testimonianze ricerca azioni la sua riflessione ironica ed amara sull’attore, un pezzo che ha consentito al suo brillante interprete, Alessandro Pezzali, un trionfo personale al Roma Fringe Festival del 2012,

L’attore vestito di nero, che scandisce il titolo dello spettacolo di cui è protagonista, presentandolo al pubblico e che effettua alcuni esercizi di riscaldamento, davanti a tutti, prima di cominciare la sua performance, è l’introduzione di uno spettacolo che, nel suo non aver nulla da nascondere, rischia ingenuamente di scivolare già nel metateatro e nel già visto. Ma Pezzali se ne infischia e prosegue nella sua strada, cominicando senza indugi il vero e proprio spettacolo, senza nessuna scenografia, né musica, né altro che non sia il proprio corpo, il sentimento di ciò che sta per dire e fare, il rapporto con il pubblico.

Comincia così una carrellata di brevissimi sketch senza sosta, in cui, con un registro comico, ma caratterizzato da un umorismo crudele e spesso brutale, rabbioso, vengono presentate le ipocrisie, la disperazione, la meschinità, la fatica, che diventano il vero repertorio dell’attore quando deve lavorare su specifici generi teatrali. Pezzali, con l’arte leggera dell’immedesimazione e della parodia, non risparmia nessuno, dall’attore del teatro classico a quello dell’assurdo o di ricerca, dall’interprete di teatro danza al performer, dallo strenuo caratterista della Commedia dell’Arte al volgare reazionario legato al teatro dialettale, toccando per ogni genere le corde più comiche, creando l’aspettativa per la risata ed ottenendola, con consapevolezza, ad ogni sketch.

Ma dove riserva le stoccate più cattive e quindi più efficaci, forse, è quando colpisce al cuore il teatro sociale, luogo deputato idealmente alla sensibilità e che Pezzali invece mostra nella sua pratica più scarna, in cui a volte l’attore arriva a manipolare il proprio collega disabile, questo per lo meno è l’esempio citato da Pezzali, unicamente per il proprio tornaconto professionale, spacciato per utilità sociale.

Il cambio netto di registro arriva quando, alla conclusione di questo viaggio, Pezzali concede l’ultimo sketch al proprio teatro, il Teatro Magro, per l’appunto.

Corpo ed occhi rivolti al pubblico: le risate si trasformano in ascolto, la parodia in ostentata sincerità, l’enfasi in una ricerca improvvisa di un contenuto profondo, i forsennati tempi comici in uno schiocco di dita che scandisce ora il racconto. Il cuore dell’apologo conclusivo di Pezzali è racchiuso in un invito a lasciar fluire il teatro, ad accettarne la sua natura anarchica ed allergica alle sovrastrutture e trova nel “non distinguere tra il grezzo ed il raffinato” al fine di superare, finalmente, i giudizi ed i pregiudizi che tolgono senso all’atto teatrale ed artistico. E mentre si delinea questa sorta di manifesto, in chi guarda si fa strada anche il dubbio che piazzare drammatugicamente questi messaggi proprio alla fine dello spettacolo, non sia in fondo che l’ennesima parodia di un finale, autoironicamente del proprio.

Il finale è aperto, nella convinzione del coraggioso regista Cortellazzi e di tutto il Teatro Magro, perché aperto è il teatro, fuori dai luoghi teatrali predefiniti, fuori dalle regole precostituite. L’assenza che denuncia l’Attore, dunque, non diventa più quella di una scenografia, di costumi o di un collettivo di colleghi: a mancare è il giudizio, su se stessi e sugli altri.

Una sospensione leggera, che non ha paura di apparire priva di profondità e che, grazie all’estenuante esercizio di parodia ed autoironia, sfugge con distacco ad un certo concetto di critica e che, infine, si identifica unicamente nella propria dimensione professionale, a scapito di quella emotiva, almeno in questo spettacolo, del tutto assente.

La sensazione conclusiva, infatti, è quella di un lavoro disincantato ed onesto, che mostrando la propria convinzione, offre anche con evidenza i propri limiti e si pone come unico obiettivo quello di esistere, con coerenza. E di questa lascia una testimonianza importante e rara.

SENZA NIENTE – L’ATTORE

Regia Flavio Cortellazzi

Con Alessandro Pezzali

Produzione Teatro Magro

 

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