Metamorfosi per scherzo: Elogio all’attesa / La figura del cavolo

di Massimo Milella

Testimonianze ricerca azioni, il festival internazionale di ricerca teatrale creato da Teatro Akropolis, arriva alla quinta edizione e per Aringa Critica è una sorta di ritorno a casa: proprio nell’ambito di questo evento, infatti, un anno fa, è stato costituito il laboratorio di critica condotto dalla testata giornalistica romana Teatro e Critica, a partire dal quale si è formato e consolidato il nucleo che ha dato origine alla nostra rivista. In un certo senso, quindi, AC festeggia il suo primo anno di vita. Buon compleanno.

Villa Rossi, luogo d’arte, di musica e di teatro, mentre fuori, sotto un bel sole, i ragazzini si sfidano in venti contro venti con un pallone e tutt’intorno la vitale popolazione di Sestri anima con orgoglio il parco, cuore della propria presunta periferia. Due o tre anni fa, visto il degrado della Villa e la difficile previsione sulle tempistiche di un eventuale recupero, pochi avrebbero sperato di assistere ad uno spettacolo del genere. Il tempo sta, dunque, dando ragione al paziente lavoro del Consorzio CLEC –Centro Linguaggi Espressivi Contemporanei-, di cui il Teatro Akropolis è parte attiva, e dell’assessore al Medio Ponente Fabrizio Gelli, che accettano la sfida e, benché i problemi strutturali di gestione non manchino, continuano ad ottenere risultati preziosi.

In questo contesto, Tafuri e Beronio, direttori artistici dell’Akropolis, propongono un ricco programma ad ingresso gratuito, in cui convivono una performance di Davide Frangioni di UBIdanza, un monologo a cura dei mantovani Teatro Magro, un concerto dei raffinati Ars Populi ed installazioni artistiche di Enrico Ingenito e Valentina Gallo, che hanno abitato con intelligenza le sale della Villa.

Elogio all'attesa / La figura del cavolo Davide Frangioni / UBIdanza

Elogio all’attesa / La figura del cavolo
Davide Frangioni / UBIdanza

Dal 2004, Frangioni condivide con Aline Nari l’avventura di UBIdanza, una compagnia indipendente che fa della ricerca sui rapporti tra le interazioni dei corpi con lo spazio quotidiano, in luoghi non solo teatrali, uno dei principali strumenti di lavoro per i propri spettacoli e laboratori.

La presenza scenica di Frangioni accoglie empaticamente un pubblico curioso e propone uno studio che si avviluppa intorno ad un’idea molto semplice ed affascinante: la trasformazione del corpo.

La struttura della performance è apparentemente ancora più semplice ed attinge in parte all’inesauribile fonte della Commedia dell’Arte, da cui in qualche modo traeva spunto anche il suo precedente X4men-Performen, apprezzato lavoro accolto nella rete Anticorpi XL nel 2008: in Elogio all’attesa, Frangioni entra in scena vestito di nero, elegante ma neutro, ed il viso coperto integralmente da una grossa maschera di tigre con fauci spalancate ed occhi sgranati.

L’abito classico, nero, camicia, pantaloni e scarpe, crea una evidente interferenza con l’ostentazione della maschera, effetto che combacia con il rumore reiterato di frequenza radiofonica disturbata, curato come in altre produzioni Ubidanza, e tra queste lo stesso X4Men-Performen, da Adriano Fontana. L’uomo-tigre entra in scena già sotto forma di corpo trasformato, ma lo fa per gioco, anzi per convenzione, perché la vera trasformazione deve ancora accadere: grazie ad un lavoro fortemente incentrato su una respirazione che crea dinamismo, Frangioni con una naturale fluidità, che non è mai modificazione esteriore della postura, irradia un dialogo silenzioso con il pubblico che, con pazienza, coglie il senso semplice del flusso di sensazioni suggerite e condotte dall’artista. La maschera prende vita, perché il corpo le dà espressione, aziona meccanismi di immaginazione, allude a storie ancestrali, scandite da una musica, ancora una volta perfetta per la suggestione creata. Tutti guardano naturalmente la maschera, che è per convenzione, il luogo della faccia, deputato al riconoscimento di una persona: sembra in effetti che le espressioni della maschera mutino continuamente, ma è la dinamica interna, fisica che determina il cambiamento delle sensazioni, il fluire dei mondi evocati dalla performance, le sue storie immaginate ed appena percepite, che conducono lo spettatore attraverso momenti quotidiani di abbandono, di stupore, di curiosità, di paura, senza mai abbandonare il registro ludico, la chiave d’accesso fondamentale per penetrare nella profondità luminosa di questa parte della performance.

Lo stacco rispetto alla seconda parte del lavoro di Frangioni è netto, dichiarato. L’attore si toglie la maschera, raccoglie l’applauso e capovolge le regole del suo gioco. Ora l’umano è riconoscibile: gli altri elementi che serviranno alla trasformazione saranno un sacchetto della spesa contenente due cavoli, una superficie piana ed un coltello con cui tagliarli. Il sonoro è affidato alla voce campionata di uno speaker radiofonico o televisivo che rivela una ricetta: essa stessa si trasformerà in un brano elettronico frammentario che seguirà con coerenza l’evoluzione della metamorfosi del performer.

In questo caso, l’azione-clichè del taglio di due cavoli, tutto ciò che l’artista sceglie di acquistare per il suo pasto quotidiano, si rivela l’innesco di un meccanismo creativo e disperato: in un crescendo molto lento e misurato, Frangioni costruisce con le foglie del cavolo una maschera con la quale si ricopre la testa, il collo, ogni frammento di pelle visibile, a parte le mani, le uniche che agiscono, mentre il resto del corpo accoglie il cambiamento, si adegua, lavora alla costruzione di una figura. La figura del cavolo.

Quando la trasformazione è ultimata, l’attore torna nella posizione che occupava quando era una tigre antropomorfa e resta ad osservare il pubblico, mentre la frequenza disturbata della prima parte della performance, stavolta appena citata, allude ad una circolarità del processo di metamorfosi.

La capacità di astrazione di Frangioni, a partire da una fisicità ben piantata per terra, metodica, misurata, è di grande valore. Ma a penalizzare fortemente il suo lavoro è, forse, l’allestimento teatrale, con le luci e la scena tradizionale, frontale rispetto al pubblico. L’intensità della sua proposta di trasformazione è, invece, più credibile ed interessante in uno spazio e con una luce non teatrali, dove il corpo diventa il luogo della performance e la tensione dello sguardo del pubblico l’unica luce necessaria. Ogni filtro ulteriore, ogni illusione di uno spettacolo vero e proprio appare superfluo e forse anche nocivo al pregevole lavoro di Frangioni.

ELOGIO ALL’ATTESA / LA FIGURA DEL CAVOLO

Coreografia e danza Davide Frangioni

Elaborazioni sonore Adriano Fontana

Disegno luci Davide Frangioni

Produzione Associazione UBIdanza

 

 

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