Aringa Critica incontra Gustavo Giacosa, l’intervista completa

a cura di Gaia Clotilde Chernetich

L’intervista è scaricabile anche in pdf.

Gustavo Giacosa par Talos Buccellati(fotografia di Talos Buccellati)

GCC – Gustavo, qual è il tuo rapporto con Genova?

GG – Il mio rapporto con Genova è un rapporto di lunga data. Mi sono trasferito in Liguria negli anni ’90, lavoravo insieme a Pippo Delbono che gestiva un centro di formazione a Loano, “La danza nel teatro”. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di vivere in una città più grande, quindi mi sono trasferito a Genova dove, nel 2005, insieme ad altri artisti ho aperto un’associazione culturale che si chiama Contemporart. Il progetto è nato letteralmente “a casa”: allora abitavo in un grande appartamento di via Pré. L’idea era quella di fare di quella casa, non solo un luogo d’intimità, ma anche un luogo d’incontro per gli artisti. Si trattava di una cosa insolita, per Genova, dove essere ammessi ed entrare in casa di qualcuno non è così facile… Per me, però, la casa non è solo un rifugio, ma anche un luogo fatto per incontrare. Erano anni in cui c’era una certa “movida” in via Pré, soprattutto attorno alla libreria Books in the Casba. E’ grazie a Contemporart, infatti, che ho fatto le mie prime mostre: dal 2005, parallelamente al teatro, ho iniziato una ricerca sul rapporto tra arte e follia nelle arti visive. Nel 2008, per esempio, c’è stata una mostra che si chiamava “Da due ma non due. Aperture ed incontri nell’arte negli anni post Basaglia”. Attualmente, invece, sto pensando a un nuovo progetto ancora sul tema della casa: luogo di protezione che facilmente diventa luogo di chiusura dal quale fuggire. Grazie al sostegno del Comune, Contemporart ha sede a Villa Piaggio – Ospitale d’Arte. All’interno di questa dimora del ‘600 ospitiamo mostre e seminari legati al tema arte/follia. Abbiamo creato anche la Biblioteca Bandita, specializzata sul tema. Nonostante questo legame così importante con la città, ho costituito la Compagnia SIC.12 in Francia, perché ho trovato un ascolto più competente e spontaneo da parte delle istituzioni. Continuo a mantenere vivo il mio legame con Genova, dove torno circa ogni due mesi per seguire le attività a Villa Piaggio, ed anche per questo ci tenevo a fare la prima italiana dello spettacolo proprio qui. D’altronde, vivo costantemente nella dimensione del ponte, e Genova, città portuale, la esprime completamente: una città che accoglie e allo stesso tempo invita a partire.

GCC – Nel tuo lavoro è evidente una vera e propria dimensione “migratoria”. Nello spettacolo appaiono delle narrazioni che entrano ed escono di scena abbastanza velocemente. Questa struttura a frammenti narrativi è tipica del teatrodanza tedesco, tuttavia, personalmente ho avuto la sensazione che ci fosse, andando oltre questo aspetto, la ricerca di una fluidità narrativa più profonda, capace di attraversare diversi fili conduttori. C’è nello spettacolo una chiave di lettura privilegiata o che vorresti suggerire al pubblico?

GG – Il mio obiettivo è che il pubblico senta di “essere stato da qualche parte”. Questo, infatti, è quello che io stesso provo davanti alle grandi opere d’arte: sono stato altrove e questo altrove, con la A maiuscola, mi permette di conoscere un’altra dimensione che, senza quell’opera d’arte, non avrei raggiunto. Certo, poi possiamo anche entrare negli aspetti più tecnici come la drammaturgia … ma il tipo di lavoro che io conduco richiede allo spettatore la sua disponibilità a lasciarsi trasportare, profondamente. Un’osservazione davvero aperta dà adito ad altre, nuove associazioni di idee e immagini che lo portano ancora più lontano. So che, facendo le mie scelte, propongo un’immagine, ma so anche che negli spettatori quella stessa immagine risuonerà diversamente, come in uno specchio. Mi interessa molto la dimensione simbolica e mi arrabbio un po’ quando definiscono “visuale” il mio lavoro perché, ormai, tutto è diventato “visuale”. Quello che mi interessa è costruire qualcosa che sappia andare oltre l’immagine, facendola parlare da sola, attraverso un suo testo che, messo vicino ad un altro, a quello di un’altra immagine, possa costruire un filo conduttore. Il mio compito, da regista, è quello di tendere la mano allo spettatore, invitandolo a seguire un viaggio, ma ad un certo punto so che devo lasciarlo andare; è un viaggio da fare in due e lo spettacolo è solo la punta dell’iceberg. Ciò che veramente nutre lo creazione è quello che non si vede, quello che sta dietro il visibile. Il fenomeno teatrale, allora, potrebbe essere visto come quella speciale forma di collisione, eventualmente violenta, con lo spettatore. In sintesi, credo di essere interessato al teatro come incontro: durante la preparazione, durante il suo svolgimento, e anche dopo. Il teatro, per me, è l’atto artistico effimero, un condensato di sensi che può continuare ad esistere dopo il suo svolgimento sviluppando altri sensi attraverso incontri, dibattiti, … nell’eco che produce nella società. A Marsiglia, per esempio, il Teatro Le Merlan ha invitato un gruppo di spettatori a seguire le prove (progetto Spectateurs Complices) ed è stato interessante mostrare loro la gestazione della produzione. L’idea, ora, è quella di raccogliere le loro reazioni in una pubblicazione. Per me è importante che lo spettacolo continui a vivere dopo lo spettacolo in sé…

GCC – …soprattutto dopo, anche secondo me, in quello che lascia, in forma scritta oppure nella sua trasmissione orale.

GG – Certo, di solito di uno spettacolo si hanno immediatamente delle cose da dire, ma è soprattutto dopo che le idee hanno avuto il tempo di decantare che si creano nuove immagini, magari…

GCC – Come è nato questo spettacolo?

GG – A proposito di Genova… Le prime performance sono nate a Villa Piaggio. Lo spazio mi ha fornito una prima idea: dentro la villa c’è una grande scala di marmo che mi ha fatto pensare alla doppia dimensione dell’alto e del basso… Al tempo stesso, rottura e ricongiungimento dei due livelli che possono essere come due livelli di coscienza…

GCC – Dunque il piano inclinato presente nella scenografia di Ponts Suspendus è un rimando all’interno di Villa Piaggio?

GG – Sì, l’abbiamo trasformato così. Lo spettacolo è nato qui, nel 2011, dove ha iniziato la sua lunga gestazione. Ci sono state diverse performance “preparatorie” realizzate in luoghi atipici in Italia, in Belgio e in Francia. In seguito, abbiamo avuto diverse residenze, in Francia, durante le quali abbiamo iniziato a sviluppare una durata. Tutto il 2013 lo abbiamo dedicato alle residenze per la creazione: Aix-en-Provence, Avignone, Liegi e Marsiglia. Finalmente abbiamo debuttato, pochi giorni fa, a Marsiglia; andremo poi al Festival di Avignone a Luglio.

GCC – Non voglio farti domande sul tuo rapporto con Pippo Delbono. E’ normale portare dentro di sé la traccia delle persone con cui si ha lavorato. Tuttavia, che tipo di trasformazione stai operando su quel tipo di linguaggio che, sicuramente, ti appartiene?

GG – Credo che la cosa interessante sia proprio la trasformazione. Questo spettacolo parla del ponte: quell’artificio meccanico che permette a due opposti di ricongiungersi attraverso una metamorfosi. Non rinnego affatto le mie origini, lo riterrei inutile, ma col mio bagaglio cerco nuove alchimie. Ho avuto la fortuna di vivere al 100% l’esperienza con Delbono; soprattutto nei primi anni, è stato un incontro ricchissimo che poi è passato anche attraverso la fase della consacrazione internazionale. La mia fortuna è quella di essere cresciuto in quella dimensione, ma – ad un certo punto – quella dimensione che mi conteneva non mi bastava più. Inoltre, si parla sempre di Delbono, in relazione a me, ma non bisogna dimenticare che Pippo si basa soprattutto su Grotowski, il cui lavoro è incentrato sull’autorialità dell’interprete. L’attore dev’essere in grado di nutrire, da solo, il proprio universo poetico, ma anche quello tecnico. Io credo fermamente in questo. Arrivo a fare regia a 40 anni, per me è come il ramo di un albero che, in questo momento della mia vita, sta prendendo una nuova direzione. In fondo, come avanziamo se non attraverso quelli che ci seguiranno? Dobbiamo riconoscerlo: noi siamo quelli che ci hanno preceduto, ma siamo anche quelli che verranno dopo di noi… Siamo sia quelli che, come diceva Kazuo Ohno, “danziamo per i morti”, ma siamo anche coloro che, come dice Eugenio Barba, stiamo creando per le generazioni future. C’è sempre una doppia dimensione, anche contraddittoria a volte: questa per me è la dimensione dell’atto creativo. Ogni immagine non è calcolata a tavolino, ma è stata creata col corpo e poi lavorata e rilavorata finché non ha assunto un senso pieno all’interno della durata di uno spettacolo, che, a differenza di una performance, deve fare i conti con un insieme più ampio di elementi.

GCC – Quello di cui parli è il trasferimento dell’autorialità drammaturgica, anche e soprattutto nel corpo dell’attore…

GG – Sì, infatti per me è importante questo rigore… Non creo delle semplici immagini, ma le scrivo. Ponts Suspendus, per esempio, è tutto scritto ed è in questo rigore che trovo la libertà della mia ricerca, la stessa che, spero, si trasmetta al pubblico.

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Un Commento

  1. MMM

    Grazie a entrambi per queste pulsanti umanissime illuminazioni.

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