La libertà dello spettatore sul ponte: la compagnia SIC.12 di Gustavo Giacosa all’Archivolto

di Gaia Clotilde Chernetich

Giacosa_Ponts suspendus rr

Trovandosi davanti all’opportunità di una trasformazione, alcune creazioni hanno, più di altre, il compito di fare i conti con la propria origine. Questo non le investe necessariamente della responsabilità di farsi portavoce di un mondo nuovo, tuttavia alcune sono da considerarsi alla stregua di riti di passaggio o d’iniziazione.

Gustavo Giacosa è approdato in Italia nel ‘91: la sua prima casa è stata quella – errante, longeva e feconda – di Pippo Delbono. Da Loano, poi, dove Delbono gestiva un centro teatrale, l’artista argentino si è spostato a Genova dove, allora, molti artisti erano attirati da un certo fermento culturale. Erano gli anni in cui la città si riscopriva nel suo essere “d’arte”, cavalcando l’onda anomala del 2004: quei mesi durante i quali l’antica Superba tornò capitale di qualcosa (capitale europea della cultura). Dopo, la storia della nostra Cenerentola oltre la fatidica mezzanotte è risaputa, ma il problema – in questo caso – è che non il giusto piede, ma l’indispensabile scarpetta ancora non si trova.

Dopo la sua lunga esperienza con Delbono, durata fino al 2011, ora Giacosa vive in Francia dove dice di aver trovato, soprattutto, un ascolto più attento e competente da parte delle istituzioni. Ma Genova è un porto e, in quanto tale, tanto invita a partire quanto a tornare.

Incontro il regista in un caffé di Castelletto per un’intervista. La sera prima, al Teatro Archivolto, è andata in scena la prima nazionale di Ponts Suspendus, ultima produzione della sua compagnia SIC.12. Sei attori-danzatori, un pennutissimo gallo e un musicista, Fausto Ferraiuolo, per questa creazione sostenuta da diverse istituzioni, tutte francofone.

Lo spettacolo nasce dalla stratificazione di diverse performance che, dal 2011, hanno iniziato a costituire un nucleo. Sulla scena, la prima immagine è quella di una donna seduta di spalle: quando si volta parla una lingua slava, un esperanto senza tempo. La precisione del disegno luci di Erwan Collet seleziona ciò che l’occhio ha da vedere senza intromettersi troppo nei personali punti di vista: si tratta di una collana di immagini performative, micro-racconti uniti tra loro da un principio di generosità artistica molto liquida capace di permeare tutto. Facendosi coerenti scena dopo scena, le “visioni” si susseguono nel pieno rispetto del desiderio d’immaginazione dello spettatore. Non ci sono tagli bruschi, non c’è una regia invadente – à la Delbono – e non c’è la trasmissione di una sola, ostentata, possibilità interpretativa nascosta, magari, sotto la seducente forza evocativa delle immagini create dai corpi, dalla musica, dalle voci o da sequenze sapientemente strutturate per portare il pubblico esattamente laddove si vuole che vada. Sin dall’inizio emerge un senso calmo di piena libertà emotiva e visiva, consapevole del rischio che comporta: è questa la libertà dei ponti, la sospensione un po’ migratoria tra l’andare e lo stare fermi. Nei corpi, questo desiderio doppio di comunicazione e d’isolamento si esprime attraverso diversi fili conduttori: ci sono i capelli, che ricorrono come elemento scenico, propaggini inerti e materiali vivi, ci sono le direzioni invertite di certe iconiche immagini (una crocifissione a testa in giù, per esempio) e dei movimenti, delle camminate, dei costumi, ma anche una delicata processione nuziale rigorosamente a ritroso. C’è – ancora – la terra, con il suo doppio immaginario sacro e profano.

La danza è organica e si espande dai corpi senza un’apparente impostazione formale, come una possibilità che, a differenza di altre, è solo più imprescindibile. C’è la religione, infine, che passa anch’essa sul ponte sospeso, mai calcata: è quella rigorosa e sacra dell’arte teatrale, soprattutto, ma anche quella “mistico-folk” dei baci ripetutamente offerti all’icona feticcio (un’aragosta incorniciata, di sapore dada), delle suore giocosamente libertine e della morte antropomorfa e danzante.

E’ durante l’intervista che Giacosa m’illustra come i ponti, oppure le scale, si caratterizzano per lui non solo per il fatto di unire qualcosa che è fatto per essere, per stare unito, ma anche per dividere, quasi diabolicamente, quella stessa unità di senso. Tutti, in scena, dai danzatori al musicista sino al gallo protagonista della scena finale, si prestano a questa sospensione che, di fatto, rappresenta un’apertura, un’opportunità di significazione ulteriore. In loro v’è anche la presa di una forte responsabilità autoriale e interpretativa che rende onore a Grotowski e alla sua maniera “totale”.

La mano di Gustavo Giacosa è delicata e salda insieme nel proporre un’umanità così eterogenea eppure così unita, ma sta allo spettatore, di fatto, il rendersi – o meno – completamente disponibile al compiersi del gioco. Per il regista, infatti, il fenomeno teatrale si realizza nella misura in cui la trasmissione al pubblico è, di fatto, in grado di accadere. Sono cose che oggi si dimenticano troppo spesso: si può creare pensando allo spettatore come ad una parte veramente necessaria dell’atto performativo. Fa bene al pubblico e all’arte, la possibilità di riappropriarsi dell’esistenza di un fenomeno artistico attraverso la necessità condivisa di un riconoscimento reciproco.

Siamo disponibili a questo gioco? Forse no, a causa della desuetudine del sentirsi voluti parte di un atto creativo di natura esclusiva quale è il teatro che, normalmente, è solo imposto. L’Archivolto, però, era felicemente pieno e il silenzio teso avvertito durante la rappresentazione è, secondo chi scrive, il segno di qualcosa che è riuscito, ben oltre il canto del bel gallo che, con precisione umana, ha sorpreso tutti a conclusione della canzone finale. Per chi lo ha voluto vedere, sono rimaste in disparte le influenze del passato dell’artista argentino, presenti e remote, mature e pronte per un’interessante trasformazione. Verrebbe quasi da chiedergli di tornare, a Genova, ancora.

 

CIE SIC.12 / GUSTAVO GIACOSA

Ponts Suspendus

Ideazione Gustavo Giacosa

con Lucia Della Ferrera, Fausto Ferraioulo, Gustavo Giacosa, Akira Inumaru, Marion Bottollier, Francesca Zaccaria

musica originale eseguita dal vivo Fausto Ferraiuolo

scenografia Akira Inumaru

disegno luci Erwan Collet

realizzazione video e regia Gustavo Giacosa

produzione Le Merlan Scène Nationale de Marseille / Cie SIC12
con il sostegno di 3bisF d’Aix en Provence, Chartreuse d’Avignon, Théâtre de la Place de Liège, Conseil Général des Bouches du Rhône – Centre départemental de créations en résidence

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