“I, Banquo”: buona la prima… metà. Secondo appuntamento del ciclo Shakespeare al Teatro della Tosse.

di Matteo Valentini

banquo - foto Andrea Corbetta

Sulla strada per Forres due cavalieri avanzano in una brughiera illuminata dalla luna. Tre streghe si fanno loro innanzi profetizzando a uno la prossima incoronazione, all’altro una discendenza regale: il primo è Macbeth, il secondo è Banquo, amico fra i più cari del futuro tiranno e vittima della sua ambizione. Da questa celebre premessa si sviluppa I, Banquo di Tim Crouch, che vede il compagno del despota rivivere e ripensare la sua terribile storia dall’oltretomba, in un percorso che unisce indissolubilmente pubblico e attore sul filo dell’immaginazione.

Avrei potuto essere io è la frase che attraversa l’intero monologo, pronunciata dal protagonista prima con senso di rivalsa, poi con stupore attonito mano a mano che su Macbeth si affastellano stragi, paura e stanchezza e mano a mano che gli eleganti panni candidi di Banquo (Enrico Campanati), i suoi capelli impomatati, la sua pelle e gli arredi immacolati della scenografia si insozzano di sangue.

Nell’intero ciclo I, Shakespeare il rapporto con la platea è vitale: Campanati  in questo aspetto appare più impacciato di Matteo Angius (Fiordipisello in I, Peaseblossom), ma il pubblico si fa comunque condurre tra riflessioni serie sulla responsabilità del potere e momenti comici. L’alternanza delle due polarità è giocata correttamente e i momenti di tensione sono sempre sciolti al momento giusto: Campanati si diverte – prima – a fare il burattinaio con uno spettatore e – poi – a macchiare di sangue le mani delle persone, così che il delitto di Macbeth contamini tutti e l’idea della violenza legata all’ambizione si sparga ovunque.  Neppure l’assenza di Lady Macbeth sottrae qualcosa alla bellezza della prima metà della rappresentazione. Nel disgusto di Banquo per le efferatezze che il suo amico è giunto a compiere, nel sentimento di odio e amore per  colui che da fratello di sangue è diventato carnefice, non c’è posto per nessun altro.

Per rappresentare il Banquo ghignante che appare a Macbeth dopo il corteo dei propri discendenti, Arcuri sceglie di far salire Campanati su un palco rialzato, con una forte luce alle spalle a mo’ di presentatore televisivo, ma è qui che ha inizio l’involuzione dello spettacolo.

Campanati si trova ad affrontare un ruolo che non gli si addice, troppo istrionico e trascinatore.  I quattro accordi di Knockin’ on Heaven’s door – nella versione dei Guns N’ Roses-  che Matteo Selis/Fleance propone dall’inizio dello spettacolo, si fanno sempre più martellanti fino a sfociare in un “rumore che non significa nulla”, perfetta metafora dell’esistenza e delle azioni umane.  Sicuramente imperfetta è, invece, l’interazione fra i due: la poca convinzione di Campanati sembra influire su Matteo Selis che, con il procedere dello spettacolo, sembra sbagliare sempre più frequentemente gli attacchi segnati dagli eloquenti gesti del protagonista, stemperando così la tensione del pubblico anziché accrescerla.

Io in Paradiso e tu, Macbeth, all’Inferno, l’ultima battuta, mina la riflessione sul male e sul potere portata avanti fino a quel momento. Con questa radicale dicotomia buoni/cattivi, Crouch sembra voler salvaguardare gli spettatori da pensieri impegnativi e cattive digestioni: nonostante per due ore essi si siano tormentati riflettendo su cosa avrebbero scelto tra integrità e successo, tra amicizia e potere, non c’è da preoccuparsi, il cattivo è solo Macbeth, e lui solo.

Proprio partendo dal suo esempio gli spettatori erano stati intelligentemente messi in crisi: il futuro sovrano, all’inizio del dramma, è un prode generale, coraggioso e fedele al proprio re. Una volta messo davanti a un destino di onori e potere al di là di ogni immaginazione, però, cerca empiamente di dirigere il corso degli eventi a suo piacimento e finisce in rovina.  Chiunque può dunque essere corrotto dalla bramosia di potere? Questa è la domanda che disturba anche lo spettatore più passivo: chi non si era posto il problema vedendo Macbeth morire, se lo pone ora perché Banquo glielo chiede. Se però a coronamento di tutto questo si pone una sgraziata invettiva contro il tiranno, allora il pubblico può tirare il fiato e rispondere: sempre e solo Macbeth, non noi.

I SHAKESPEARE
5 monologhi
di Tim Crouch
Traduzione: Pieraldo Girotto

I BANQUO
Regia: Fabrizio Arcuri
con: Enrico Campanati e Matteo Selis
Produzione: Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse_2013

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