Le voci di dentro: scoppi di ilarità, disperazione e un lungo silenzio

di Massimo Milella

Una scena di "Le voci di dentro" (foto: Fabio Esposito)

Una scena di “Le voci di dentro” (foto: Fabio Esposito)

Gli ultimi silenziosi secondi de Le voci di dentro, nella versione di Toni Servillo, raccontano la storia di un confronto rigoroso ed intenso tra l’acclamato attore e regista di Afragola ed Eduardo. Rappresentano un momento di intimità e di ispirazione di un interprete che tenta, proprio nell’epilogo del suo dramma, di sfidare i sessantasei anni che lo distanziano da quel mistero drammaturgico che Eduardo scrisse in soli sette giorni e preferì lasciare inesplicato. Ci riferiamo alla didascalia che conclude il testo del 1948, in cui De Filippo pone uno di fronte all’altro i fratelli Alberto e Carlo, in un lungo tacito sguardo. Eduardo precisa che a cedere per primo è Alberto. A questo punto irrompe, incorporeo, uno dei personaggi più sorprendenti, l’unico capace di ridare speranza ad una scena che, quanto ad umanità, è ormai ridotta ad un deserto: il sole. Un raggio di sole, infatti, rischiara i due fratelli e la loro attività di apparatori di feste di quartiere, con i loro vecchi cumuli di sedie. Un sole che dà speranza al futuro di uomini sfiduciati. Questo accadeva nella versione del 1948.

Invece, nel 2014, Servillo cambia il finale: un silenzio ateo, se possibile ancora più disperato; luce piena e fissa sulla scena, i due uomini sono seduti agli angoli opposti, si guardano. Lo sguardo di Alberto è una domanda, quello di Carlo è una maschera vuota, assente. Poi la svolta, come in Eduardo. Ma a compierla, sorprendentemente, è Carlo: con movimenti innaturali, come un verme si contorce piano sulla sedia. Inarca la schiena, si irrigidisce riversando la testa all’indietro: sprofonda così in un sonno irreale, nella stessa posizione assunta dalla cameriera Maria all’inizio dello spettacolo. Proprio Maria, peraltro, aveva raccontato un suo incubo di cui protagonista era un verme, appunto. Rieccolo allora, quel verme, che si riattiva rendendo circolare la vicenda.

L’odio, la solitudine, il fallimento della convivenza civile, la trasfigurazione grottesca di ogni legame o sentimento rischiano tutti insieme di sfociare nell’orrore: questa è la lettura di Toni Servillo, rigoroso attore di Eduardo, che da regista, invece, ne esaspera la cifra cupa. Anche la scenografia risente della desertificazione emotiva operata dal regista al testo. Esistono solo gli oggetti funzionali all’azione: la credenza, il tavolo, le sedie. Se nelle scene originali di Eduardo si costruivano luoghi in decadenza, dove un tempo le famiglie abitavano ed erano felici e poi non più, in Servillo i luoghi sono cose che servono, sono lo stretto necessario.

Le voci di dentro è un dramma per soli esseri umani, soli e senza speranza.

Lo scarto rispetto all’originale è così violento che acquista ancora più tragicità quel riso collettivo che è la partecipazione all’apocalisse evocata dal povero Alberto in apertura di terzo tempo, così tanto da rendere ancora vibrante il sinistro commento di Silvio D’Amico, dopo il debutto all’Eliseo romano nella stagione ’48/’49: Dubito che l’immenso e splendido pubblico dell’Eliseo, il quale ha seguito con abbondanti scoppi di ilarità, si sia sempre reso conto della disperazione di cui trabocca.

La compagnia è collaudata, organica, un gruppo in cui i ruoli minori nutrono la consapevolezza di essere vivi e non si nascondono tra le battute: Gigio Morra, oltre ad essere il solo ad aver davvero lavorato con Eduardo nei tardi anni ’70, si ritaglia un ruolo di spicco; Marcello Romolo conferisce una bonarietà mai noiosa alla grande tradizione dei portieri di Eduardo; e poi citiamo ancora la luminosa Chiara Baffi, attrice profondamente legata al teatro di De Filippo, e Betti Pedrazzi, di scuola Silvio D’Amico nella gestione Ronconi, solida eppure estrosa professionista, da molti anni ormai vicina ai Teatri Uniti di Servillo e Martone. Ma la nota di maggior merito va a Daghi Rondanini, artista del suono in presa diretta ai vertici del circuito cinematografico italiano, ma anche geniale Don Chisciotte per Mimmo Paladini. Nei panni di Zi’ Nicola, l’eremita muto che comunica, compreso solo dal nipote Alberto, tramite fuochi d’artificio, l’estemporaneo Rondanini ha il merito di amplificare la sensazione di estraneità del personaggio.

Teatri Uniti, dunque, e Servillo in particolare, avvalendosi di professionisti affidabili, artisti versatili e giovani interessanti, proseguono nel loro coraggioso percorso di indagine sul problema posto dai classici, incarnandone le domande ed inquadrandone l’attualità senza anticiparne le risposte, allo scopo di cercarle piuttosto direttamente in scena, nell’azione, nel rapporto col pubblico e tra i personaggi stessi, senza complessi né sovraccarichi intellettualismi.

LE VOCI DI DENTRO

di Eduardo De Filippo

Regia: Toni Servillo

Scene: Lino Fiorito

Costumi: Ortensia De Francesco

Suono: Daghi Rondanini

Luci: Cesare Accetta

Personaggi e interpreti: Chiara Baffi, Betti Pedrazzi, Marcello Romolo, Peppe Servillo, Toni Servillo, Gigio Morra, Lucia Mandarini, Vincenzo Nemolato, Marianna Robustelli, Antonello Cossia, Daghi Rondanini, Rocco Giordano, Maria Angela Robustelli, Francesco Paglino

Produzione: Teatri Uniti, Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa, Teatro di Roma

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