Come ti arredo Ibsen: I pilastri della società di Gabriele Lavia

di Massimo Milella

Gabriele Lavia, Graziano Piazza, Giorgia Salari, Federica Di Martino in `I PILASTRI DELLA SOCIETA` (foto: Tommaso Le Pera)

Gabriele Lavia, Graziano Piazza, Giorgia Salari, Federica Di Martino in `I PILASTRI DELLA SOCIETA` (foto: Tommaso Le Pera)

Può avere un senso, nella proposta teatrale contemporanea, dare vita ad una frattura anacronistica, ostentatamente fuori moda e provocatoria nei confronti del sistema degli Stabili italiani? Dipende dalla finalità e dalla coerenza con cui si vuole raggiungere tale obiettivo.

Gabriele Lavia, protagonista de I pilastri della società di Henrik Ibsen, è evidentemente alle prese con un’interferenza culturale che va in questa direzione. Il problema è stabilire quanto ne sia consapevole e come ci voglia arrivare. Novello Meiningen, quel Giorgio II di Sassonia-Meiningen che tra il 1874 e il 1894, girò l’Europa con una compagnia che allestiva i testi classici dell’epoca con l’obbligo di essere fedele ad ambientazioni e costumi originali, dichiara di rispettare i dettami di Ibsen, di fidarsi della sua costruzione, in toto, allo scopo di mostrare al pubblico quanto, mutatis mutandis, ipocrisie e fragilità sociali dell’epoca siano affini a quelle attuali.

Non discutiamo il principio, ma va considerato il risultato più evidente: la scenografia, curata da Alessandro Camera, ricca di dettagli, preziosa negli arredi, con opprimenti specchi sulle pareti laterali, ritratti di antenati sobri ed austeri, abbondanza di sedie, divani e poltrone per consentire ai dialoganti ottocenteschi di “accomodarsi” in pose rilassate o inquiete, a seconda degli argomenti trattati. L’unico luogo dell’azione è la sala principale della casa di Bernick.

Tutti gli altri luoghi, citati o allusi, sono vie di fuga, di rifugio o di macchinazione. Fuggono in veranda, infatti, i personaggi, quando l’atmosfera della sala è troppo opprimente; si rifugiano nelle stanze da letto, invece, le donne di casa Bernick, quando devono piangere o sfogare i propri sentimenti soffocati; ordiscono sottili trame e macchinazioni il Console Bernick e i suoi collaboratori, in una sala riunioni gelida e inaccessibile, dove si prendono decisioni drammatiche in funzione del potere e del denaro. Tutt’intorno c’è il giardino, che assedia la villa filtrando il mondo esterno e da cui provengono le notizie e i personaggi che mutano profondamente l’equilibrio immobile dei Bernick. La lotta tra interno ed esterno, tra novità e conservatorismo, è ben approfondita, benché a volte ai limiti del didascalico. E merita tanto spazio il commento dell’arredo visivo di questo spettacolo perché il desiderio di kolossal di Lavia (ci sono ben tre grosse realtà produttive dietro questo progetto) ha trovato proprio nell’impianto scenografico il suo principale punto di forza.

E poi c’è Ibsen. Per leggere I pilastri della società generalmente incluso nel breve periodo dei “drammi a tesi” dell’autore, torniamo al 1877: siamo ancora nell’atmosfera comunarda e rivoluzionaria, di cui il danese G. Brandes, grande sostenitore ed ispiratore politico di Ibsen, nonché faro della cultura scandinava di metà Ottocento, è megafono ed oracolo infallibile. Ibsen, poi, è reduce dai trionfi del Peer Gynt, rappresentato per la prima volta solo un anno prima, e non è ancora l’autore boicottato e scomodo di Casa di Bambola Hedda GabblerI pilastri della società quindi si pone nel mezzo di due importanti processi compositivi e di un consolidamento della propria posizione di critica alla borghesia: il finale in cui il Console Bernick, rivolto alla folla acclamante, si autoaccusa di ogni colpa e di ogni difetto, svelando le mistificazioni e le ipocrisie della classe che rappresenta, vorrebbe essere una sorta di lieto fine, anche se amaro, in cui la verità, in qualche modo, trionfa.

Ebbene, in questo testo, scelta coraggiosa, Lavia si intrufola, però, in modo luciferino. E lo capiamo proprio nello svolgersi di questa scena finale. Gli attori sfondano idealmente la quarta parete e si rivolgono al pubblico, che in un riuscito coup de théâtre improvvisamente si trova ad interpretare la folla dei concittadini di Bernick, accorsi a portarlo in trionfo, ignari dei suoi tentati omicidi e delle sue menzogne. Lavia coglie al volo l’occasione: utilizza questa “confessione” finale per parlare con il suo pubblico, senza filtri. Getta letteralmente la maschera anche lui, non senza risvolti comici. Dichiara di aver sempre sognato di diventare un uomo potente, influente e ricco. Ammette inoltre di aver preso “scorciatoie” e che tutto ciò che ha fatto, spacciandolo per amore della collettività, in realtà è stato dettato dal mito di se stesso, dalla volontà di autoaffermazione, dal potere, accentratore e patriarcale. Ed è la confessione di un uomo che firma la legittimità della propria posizione autorevole con la sola garanzia di essere “il più bravo”. Il pubblico, naturalmente, lo asseconda e lo rafforza con applausi a scena aperta e risate di compiacimento, come forse Ibsen stesso s’immaginò che avrebbe potuto reagire la folla di Bernick.

Certo, nel discorso conclusivo di Lavia si vorrebbe alludere a noti personaggi della nostra deprimente quotidianità politica, ma a chi potrebbe sfuggire che l’identificazione Bernick/Lavia vada forse un po’ oltre il lavoro dell’attore su se stesso e lasci lo spiacevole sospetto che tutto questo allestimento, gli arredi magnifici, i costumi fedeli, la bramosia di una “grande produzione”, in realtà non siano che il semplice pretesto di un potente attore e regista per sfidare l’austera realtà produttiva che lo circonda, e per ergersi a paladino di un teatro volutamente “per pochi”, orgogliosamente e narcisisticamente insostenibile, non solo da un punto di vista economico, ma anche intellettuale, perché bisogna avere un bel coraggio per dichiarare di voler essere fedeli ad Ibsen, per poi sacrificarlo invece sull’altare dell’autoreferenzialità. Inoltre il suo “gioco” finale, benché meritevole di aver stimolato una platea naturalmente provata dalla lunghezza del dramma, non risente di una lettura drammaturgica particolarmente originale: registriamo infatti come nel lontano 1966 il critico McFarlane, in uno studio su Ibsen, si chiese per primo se la presunta “conversione” di Bernick non fosse solo un’altra finzione, una furba simulazione, un attestato di conformismo alla morale borghese per salvare se stesso, una volta ancora.

Forse è per questo che gli altri interpreti sono solo sagome, e forse anche consapevoli di esserlo: non riescono così ad entrare in rapporto gli uni con gli altri ed assecondano la scena, piuttosto che viverla. Le emozioni, è vero, sono soggettive, ma quando un attore si limita a recitare una parte, chiunque è autorizzato a riconoscerne, deluso, i limiti. In una sfida che è anche interpretativa, risultano perdenti nel confronto col mondo di Lavia, sia Graziano Piazza che Federica Di Martino, che potrebbero dare allo spettacolo il prezioso dono della diversità e invece si adeguano, non osano e, strada facendo, smarriscono identità e intensità. Deludono le altre donne, purtroppo, e la stessa Marta/Viola Graziosi, che pure è un personaggio sulla carta ricco di sfumature, non decolla mai, limitandosi ad un compitino poco interessante. Visto che di sagome parliamo, cioè “macchiette”, o per parlare più elegante, “caratterizzazioni”, si salva il solo Mario Pietramala, a suo agio nei panni dello sfaccendato e vanitoso Hilman Tennesen, senza paura di trattare gli spettatori come bambini, grazie al suo ritornello “Uffa! Uffa! Uffa!”, che fa sorridere chi è a cuor leggero.

Quanto a Lavia, auspicando di vederlo un giorno incarnare un ruolo anche minore, purché appassionato e generoso, capace di rapportarsi davvero con gli altri attori in scena, onorando così il patrimonio incontestabile della sua sensibilità di artista, non si può che ricordare quanto Benedetto Croce disse dello stesso Ibsen, nel suo celebre Poesia e non poesiaChi si è provato a fare la storia dello spirito di lui, è stato costretto a muoversi sempre nello stesso posto, perché si è ritrovata dinanzi, giovane, adulta e vecchia, sempre la stessa anima, con la sempre presente e immutata brama dello straordinario e del sublime.

Infine, un’osservazione sul sontuoso apparato produttivo dietro l’operazione artistica di Lavia: è noto che, dopo aver realizzato “I pilastri della società”, Ibsen si convince che non sia più necessario scrivere per così tanti attori, ben diciannove, e ne ridurrà il numero tra i cinque e i nove. Ebbene, e se i tre teatri che hanno prodotto questo spettacolo, decidessero di investire lo stesso budget per tre Ibsen diversi, con cinque/sei attori per dramma, magari anche gli stessi interpreti di questa produzione, ma con più libertà creativa e magari diretti da giovani e innovativi registi?

I PILASTRI DELLA SOCIETA’

Versione italiana: Franco Perrelli

Regia: Gabriele Lavia

Scene: Alessandro Camera

Costumi: Andrea Viotti

Personaggi e interpreti: Gabriele Lavia, Massimiliano Aceti, Ludovica Apollonj Ghetti, Alessandro Baldinotti, Rosy Bonfiglio, Michele De Maria, Federica Di Martino, Giulia Gallone, Viola Graziosi, Giovanna Guida, Andrea Macaluso, Mauro Mandolini, Graziano Piazza, Mario Pietramala, Clelia Piscitello, Giorgia Salari, Carlo Sciaccaluga, Camilla Semino Favro

Produzione: Teatro di Roma, Fondazione Teatro della Pergola, Teatro Stabile di Torino

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: