Frost/Bruni vs Nixon/De Capitani: doppio misto con vincitori a sorpresa

di Massimo Milella

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Chi si è trovato in tasca il biglietto per vedere Frost/Nixon, al Teatro della Corte di Genova, avrà forse sentito l’esigenza, prima di uscire di casa, di leggere quanto possibile sull’avvenimento realmente accaduto nel 1977, relativo ad un’incredibile intervista del conduttore televisivo David Frost all’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, l’unico, nella storia americana, a dimettersi prima del termine del suo incarico, travolto dallo scandalo Watergate. In quell’occasione, il frivolo, leggero, ma acuto Frost fu in grado di strappare a Nixon un’ammissione di colpa e persino una richiesta sincera di scuse all’intero popolo americano che seguì l’evento in televisione con un livello di partecipazione emotiva tale da garantire a Frost un successo senza precedenti nella storia della televisione.

Il progetto di tradurre in drammaturgia il racconto epico delle gesta di Frost e del suo staff, nelle intenzioni del londinese Peter Morgan, si fonda su elementi tipicamente shakespeariani, che anche in altre opere dello stesso drammaturgo e sceneggiatore saranno preponderanti: il tema del duello e quello delle ambivalenze del potere. E se le ambivalenze del potere, nella scrittura scenica, sono più o meno le stesse che la cronaca di quegli anni ci ha lasciato e che si traducono nella dignità inquieta ed amara di un Nixon per nulla rassegnato a finire nell’oblio, ritratta nelle efficaci forzature studiate di De Capitani, è piuttosto sul tema del duello che decide di incentrare il proprio adattamento il Teatro dell’Elfo, una delle più solide e longeve compagnie italiane, fondata nel 1973 dallo stesso Bruni, Gabriele Salvatores ed altri giovani emergenti della scena milanese di quegli anni e che ancora oggi non smette di affrontare con coraggio una drammaturgia contemporanea, un teatro civile e spesso attuale.

Quello che giocano Bruni/Frost e De Capitani/Nixon è un vero e proprio doppio, visto che oltre al conflitto drammaturgico (Frost vs Nixon) ve n’è uno, per nulla sottinteso, sul piano della recitazione (De Capitani vs Bruni). I due sono perfetti nel vestire i panni dei loro personaggi e per “perfetti” s’intendano “coerenti”: coerenti con l’intima amica della tradizione italiana della Commedia dell’Arte, la credibilità del colore, della consistenza fisica ed espressiva dei propri personaggi, dall’inizio alla fine del dramma, senza discontinuità, senza la minima fragilità interpretativa. Solidi e sicuri di sè, tengono il dramma sulle loro spalle con consumata naturalezza.

E solido è anche il ritmo, una macchina di scene brevi ed essenziali (evidente la ripresa del registro stilistico del riuscito “Angels in America” di Tony Kushner) che si susseguono con un respiro mai frenetico, agevolato da una scenografia basata su semplici sedie girevoli e colonnine di schermi televisivi, unico elemento veramente didascalico per ricordare la centralità che ebbe la TV in un contesto come quello narrato dalla vicenda. Del tutto speculare ai due protagonisti e registi, per pulizia, mestiere e consapevolezza, il disegno luci di Nando Frigerio: con pochi e decisivi tratti, riesce a modificare profondamente gli umori e i contesti dei molti salti di tempo e luogo narrati ad incastro nell’intreccio drammaturgico.

In una così rigida pulizia, in un contesto di mestiere e precisione che avrebbe fatto molto piacere al maestro degli sceneggiatori americani Syd Field, però, il rischio di “giocattolo preconfezionato”, che si basa tutto unicamente su ritmo incalzante ed energia degli interpreti, si sfiora davvero. Perché la costruzione drammaturgica di Morgan nella versione dell’Elfo è certo un efficace crescendo di tensione fino al momento in cui De Capitani/Nixon ammette le sue responsabilità, ma sarebbe potuto essere (e non è stato!) anche un lento disvelamento dei sentimenti profondi dei personaggi in scena, delle loro lotte intime e della loro evoluzione. L’unico personaggio femminile, Claudia Coli, entra nella storia in modo sinuoso ed elegante, poi ne diventa solo un accessorio, strangolato da ritmo e scelte drammaturgiche, ed è un peccato, perché l’interprete dimostra, nel poco tempo a sua disposizione, raffinatezza ed emotività che avrebbero meritato maggior spazio. Ed è solo un esempio. De Mojana e Germani, perfetti nel delinare la loro “maschera” da Commedia dell’Arte senza sbalzi né discontinuità, non hanno sviluppo, diventano maschere rassicuranti, sempre fedeli a sé stesse, al sicuro tra i personaggi secondari. Sono vitali, è facile entrare in empatia con loro, ma in fondo non emozionano mai, non toccano nessuna corda, se non quella, lodevole, dell’abnegazione totale al meccanismo del racconto teatrale.

Un discorso diverso va fatto per Stravalaci, un diesel, il più “strangolato” di tutti dalla sua maschera/divisa, ma solo apparentemente, egli dimostra invece una vastità di immaginario e di sensibilità che esula dal racconto stesso e regala al pubblico, con la scena della stretta di mano tra lui e De Capitani/Nixon, uno dei pochi momenti di sincera commozione. Infine, un applauso caloroso ha accolto la brillante perfomance di Alejandro Bruni Ocaňa, meritato, perché il giovane attore è stato capace, più degli altri, di reggere con una discontinuità da Arlecchino, la responsabilità di narrare l’intera vicenda, dentro e fuori dalla storia, unendo i fili delle scene, giocando con leggerezza ora nei panni del maggiordomo latino della tenuta di Nixon, ora del componente dello staff di Frost, giovane studioso liberal, ossessionato dagli abusi di potere dell’ex Presidente. E sarà proprio lui a trovare il dossier-chiave, capace di inchiodare Nixon una volta per tutte e a recapitarlo a Frost, in una scena, frettolosa a dire il vero, che poi introdurrà l’ultima e decisiva intervista. Non era semplice il compito di Bruni Ocaňa, capace di cogliere con intelligenza, coraggio ed energia l’importanza di affrancarsi da una semplice funzione di metronomo, liberando uno spirito giocoso ed anarchico benché consapevole e partecipe dei meccanismi lucidi e rigorosi di De Capitani e Bruni.

Frost/Nixon è dunque uno spettacolo pulito e intelligente, così pulito e intelligente che sarebbe stato bello sporcarlo un po’, declinarne maggiormente il lato emotivo, fidarsi di più delle capacità espressive degli attori, osare di più. Visto che di duello si trattava, vediamo chi ha vinto: De Capitani vs Bruni? Io dico Ocaňa, Coli e Stravalaci (e Frigerio). E che nessuno se la prenda.

P.S. Wikipedia mi informa che David Frost sia morto l’anno scorso, mentre intratteneva il pubblico a bordo di una nave da crociera nel mezzo del Mar Mediterraneo. Non è un finale da poco per questo eccezionale pioniere della tv, ossessionato dal movimento, come si lascerà scappare il suo alter ego Bruni, durante il tentativo di seduzione della sua futura compagna, in aereo. 

FROST/NIXON

di Peter Morgan

Versione italiana: Lucio De Capitani

Regia, scene e costumi: Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani

Luci: Nando Frigerio

Personaggi e interpreti: Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Luca Toracca, Nicola Stravalci, Alejandro Bruni Ocaňa, Andrea Germani, Matteo De Mojana, Claudia Coli

Produzione: Teatro Elfo Puccini e Teatro Stabile dell’Umbria

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