“Amarcord”: Luciano Cannito nel segno della grande bellezza

di Gaia Clotilde Chernetich

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In scena al Politeama con Amarcord, Danzitalia è la compagnia della Daniele Cipriani Entertainment: una compagnia di danza interamente privata la cui direzione artistica è affidata alle mani sapienti di Luciano Cannito, uscente direttore di corpi di ballo nazionali e reduce da esperienze televisive mainstream. Direttore del Balletto di Napoli, del Balletto di Roma, del Corpo di Ballo del Teatro San Carlo e, fino al 2013, del Massimo di Palermo, il coreografo rappresenta senza dubbio una delle nostre eccellenze: il suo, infatti, è uno di quei nomi che hanno portato la danza italiana in giro per il mondo.

Ed è proprio sull’affermazione di un orgoglioso riconoscimento della troppo spesso bistrattata cultura coreutica nazionale che si fonda il lavoro della compagnia, la cui presentazione – firmata dallo stesso coreografo – apre il sito internet dell’ensemble e recita come segue: “[…] Tutte le maggiori testate nazionali hanno già parlato di questa nuova realtà che si occupa con rigorosa priorità della DANZA ITALIANA, con i suoi interpreti, i suoi coreografi invitati, i suoi compositori e ancora i costumisti, gli scenografi, i disegnatori luce. Non è una presa di posizione campanilista, ma semplicemente l’apertura di una porta professionale all’infinito patrimonio culturale italiano troppo spesso costretto ad essere esportato perché troppo spesso vittima di anacronistici provincialismi ed inutili esterofilie”.

Il coreografo tocca, in effetti, uno dei più attuali tasti dolenti della programmazione nazionale in fatto di danza. Tanto è indiscutibile il valore delle compagnie estere che i teatri si premurano di invitare, importando così anche in Italia quell’ossigeno internazionale che fa bene a tutti, quanto talvolta è ingiusta la semiautomatica presa di posizione ostile nei confronti delle compagnie italiane che, quasi sempre in condizioni di lavoro a dir poco “più complicate” rispetto a quelle dei colleghi stranieri, portano in scena produzioni di alto livello con danzatori e danzatrici tecnicamente preparati che, nel complesso, esprimono una particolare identità e sensibilità artistica.

Certo, che la danza italiana non riesca veramente ad evolversi dalle cifre stilistiche “neoclassiche” degli anni ’80-’90 del secolo scorso è, a torto o a ragione, un dato di fatto. Sarà forse retrospettivamente, che ci renderemo conto di come questo sarà stato il tempo necessario per l’insediamento culturale di un’estetica e per la sua evoluzione, tuttavia, quel che salta agli occhi oggi, soprattutto agli occhi di chi l’arte tersicorea cerca di frequentarla il più possibile, anche su un piano europeo, è che la danza italiana di impronta accademica fa ancora fatica ad emanciparsi da certe estetiche che immancabilmente evocano personalità e maestri come Jiří Kylián, Mats Ek, Maurice Béjart, ma anche – autocitandosi – quel geniale Mauro Bigonzetti che più d’ogni altro, specie grazie alla compagnia Aterballetto dei primi anni Duemila, ha letteralmente spiegato al mondo intero come si faceva danza in Italia (e, nello specifico, come si fa danza in Italia, dai primi anni ‘80). Da allora, bisogna dirlo, nella danza italiana non ci sono state grandi innovazioni estetiche, tuttavia resta l’ottimo lavoro, ancora perfettamente fruibile e fresco, di un’epoca già un po’ lontana, ma della quale non vediamo ancora la fine.

Amarcord, produzione del 1995 per la compagnia napoletana del San Carlo in cui Cannito ricopre i ruoli di coreografo e regista, torna in scena riadattata per un importante tributo a quel cinema di Fellini che, nonostante la sopraggiunta ricorrenza del 40° anniversario, ancora oggi ha la forza di farsi emblema, non solo della cultura cinematografica italiana, ma anche di un vero e proprio modo nazionale di “fare arte” che coniuga l’apollineo rigore all’estro dionisiaco di derivazione popolare che, in quanto tale, rappresenta il vero tesoro della nostra identità culturale.

Il balletto è in due atti composti da diversi quadri in cui i danzatori del corpo di ballo e gli ottimi solisti danno prova di tutta la loro vitalità e preparazione. La coreografia, tecnicamente, è difficile, soprattutto per la protagonista, una Rossella Brescia troppo abituata alla televisione, ormai, e che non sembra integrarsi perfettamente nel gruppo di danzatori con l’argento vivo sulla pelle. Sulle musiche di Nino Rota, la compagnia fa rivivere la struttura narrativa del film alla stregua di un preciso documentario.

Col teatro al completo, la serata è da considerarsi riuscita e, al di là di ogni considerazione storico-estetica, ne usciamo con una riflessione che è stata confermata, poco dopo, anche da Los Angeles: felliniana non solo è la danza italiana, ma l’arte tutta. Pensiamo ovviamente al cinema di Sorrentino che – proprio per questa ragione – ancora risulta vincente in campo internazionale, segno che la nostra grande bellezza, probabilmente, non finirà mai.

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