Finzione e realtà: le regole del buon vicinato in “A Slow Air” di David Harrower

di Massimo Milella

aslow

Il Teatro Altrove è gremito, per “A Slow Air” di Harrower, con Nicola Pannelli e Raffaella Tagliabue diretti da Giampiero Rappa. Il lavoro è frutto di una collaborazione tra i Gloriababbi romani e l’associazione Narramondo. Lo spettacolo, privo di scenografia, rinuncia anche alle sedie e al fondale dell’allestimento originale scozzese (Tron Theater, Glasgow, 2012, regia dello stesso Harrower). Solo la luce sagoma i racconti alternati di Pannelli e di Tagliabue che srotolano una storia dura, difficile da comunicare ad un pubblico così lontano dai luoghi e dai fatti evocati.

Risulta efficace lo spirito da “stand-up comedy” messo in scena da Rappa e da due interpreti che riescono ad essere impacciati e normalissimi, con la voce sciolta, ma il corpo bloccato, in posa, come a non voler sporcare il racconto, per non intaccarlo con la propria presenza, come se, più che interpreti, fossero imparziali testimoni: giocano ad essere normali per tirare dentro tutti, nessuno escluso. A volte, forse, davvero troppo concentrati ad inseguire il ritmo, ma comunque capaci di dare un corpo e una voce sufficientemente credibili alla metrica puntualissima della drammaturgia. E una volta dentro gli ingranaggi della storia, la commozione è naturale. Messa in questi termini, sa più di Pirandello o di Cechov che di teatro “off-off”, ma tant’è, funziona.

A Slow Air è la storia di un incontro tra un fratello, Athol, e una sorella, Morna, che non si sono parlati per quattordici anni. Ma è anche la storia del figlio di Morna, Joshua, ventenne con un grande talento per i fumetti nei quali sfoga la sua violenta attrazione/repulsione per dei terroristi che vivevano nel quartiere di Neuk Crescent, a Houston, un paesino vicino all’aeroporto di Glasgow. Guarda caso, il quartiere è lo stesso dove vive lo zio Athol, che non vede da quando era un bambino. E in fondo, A Slow Air è anche un po’ la storia (vera) di questi terroristi che un sabato del giugno 2007 partirono da questo quartiere a bordo di un suv facendolo poi schiantare contro l’aeroporto. La macchina prese fuoco ma non esplose e la strage fu evitata, tuttavia i quattro riuscirono nell’intento di spaventare Scozia e Gran Bretagna, peraltro già stordite da un attentato a Londra il giorno prima.

Harrower costruisce un atto unico la cui forza principale è quella di far convivere una storia privata e un fatto di cronaca, un trauma intimo ed uno shock collettivo. E nello stesso tempo, però, decide di dare un limite molto preciso alla cronaca.

Di fatto, in questo spettacolo, la cronaca si rivela presto solo un contesto, che attraversa il racconto con tutta la sua violenza, ma poi svanisce, si svuota, come una pista drammaturgica che non porta più a niente. E, andando “per esclusione”, diventa ormai naturale per noi spettatori comprendere che esaurito questo tema, i personaggi sono ormai pronti ad affrontare l’altro trauma, quello personale, quello del distacco mai accettato: i quattordici anni di separazione tra Athol e Morna.

Joshua è il motore della vicenda: il giorno in cui compie ventuno anni invita sua madre e suo zio, a loro insaputa. Durante il loro incontro, i personaggi ogni tanto interrompono il dialogo per rivolgersi al pubblico e per raccontare le proprie reazioni (un procedimento drammaturgico che ricorda “Diario di Mariapia” di Fausto Paravidino): questo rende palpabile il loro imbarazzo e costringe lo spettatore ad essere testimone, ad entrare nel pub dove si svolge il loro incontro. Idealmente, questo ritorno al dialogo dei due personaggi è celebrato da una canzone dolcissima, un folk antico, una “slow air”, appunto.

Ed è proprio con il piede sull’acceleratore in direzione dell’emozione piccola, intima, che Harrower lascia alle spalle i fantasmi narrati dalla drammaturgia. Il lieto fine lascia il pubblico libero di applaudire. Tuttavia questo, come tutti i “lieto fine”, confonde, facendo dimenticare tutte le ferite aperte della storia di Harrower, le domande senza risposta, le paure. La realtà è stata violata dalla finzione perché questa ne aveva bisogno per raccontare altro. Ed altro, alla fine, è stato raccontato, ma la realtà, nonostante gli sforzi di coprirla sotto gli applausi e la commozione, resta aperta e, forse ingiustamente, dimenticata.

A SLOW AIR

testo di David Harrower

Traduzione Gian Maria Cervo e Francesco Salerno

Con Nicola Panelli e Raffaella Tagliabue

Regia Giampiero Rappa

Una Coproduzione Narramondo Teatro e Gloriababbi Teatro

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