Le cose che devono essere dette – il linguaggio della fine secondo Pascal Rambert

di  Massimo Milella

Luca non ama più Tamara. A complicare la semplice verità, ci sono tre figli, il teatro che li accomuna per lavoro, l’amore travolgente che avevano provato l’uno per l’altra, prima che tutto finisse. Luca vuole chiudere la loro storia.

Come chi non ha più nulla da perdere, con la forza della disperazione, vuota il sacco: per trenta minuti dice a Tamara tutte “le cose che devono essere dette”. Costruisce così una fitta e variegata trama di esitazioni, accenni di tenerezza, improvvisi e violenti attacchi, evoca immagini lontane, la guerra fatta con le baionette, la morte improvvisa di John Lennon. E soprattutto, parla della fine. Dell’irreversibilità dell’amore e della sua chiusura. Il pubblico non vede chiaramente il viso di Tamara, ma entra in empatia con il suo corpo ed il suo sguardo, fisso su di lui. Lei ascolta e soffre e il suo silenzio è quello di chi vede crollare un palazzo, di chi vede morire qualcuno davanti ai suoi occhi, impotenti. Ma toccherà anche a lei parlare.

A parti invertite, infatti, Tamara racconterà la sua verità, disarmerà quella del compagno, riuscirà a stanare la violenza, la crudeltà inutile, la meschinità, la volgarità non tanto della scelta di Luca, ma del suo linguaggio stesso (“hai ragione da adesso tutto sarà miserabile violento / meschino brutto perché anche le tue parole lo sono state”). Tamara vede la verità più profonda, l’orrore in cui Luca sta irrimediabilmente spingendo entrambi: ma lei non lo seguirà “nella sua vita negativa”, perché Tamara è “la donna più forte del mondo” ed è “Beatrice” e per questo tenta fino in fondo di riportarlo verso la luce, come ha già fatto in passato, di essergli ancora alleata, compagna in quel cammino interiore che Luca dovrà fare per affrontare l’orrore, la morte, la clôture che lui si ostina a desiderare. Ma Luca ha scelto, Tamara accetta la separazione. Ora i due hanno finito le parole. Entrambe le verità si sono scontrate nell’azione dichiarata sin dalla partenza della pièce: la fine.

In questa luce nuova, stremati, si mettono in testa un cappello di piume azzurre, come quelle dei pavoni, come capi indiani in guerra o, meglio, come uccelli pronti ad un volo nuovo e inatteso. Lo spazio della sala prove, bianco e gelido come una cella frigorifera o un obitorio, chiarito da una panca ed una semplice sbarra per gli esercizi di danza, uno spazio spoglio e vuoto, è l’arena in cui si sfidano Luca Lazzareschi e Tamara Balducci, diretti dallo stesso Pascal Rambert, autore di questa pièce-capolavoro pluripremiata in Francia nel 2012.

Luca Lazzareschi ha reso credibile il suo personaggio attraverso un’ottima tecnica e una recitazione che ha saputo essere ferma, ma anche cangiante, discontinua, e per questo, capace di rendere credibile il linguaggio ricercato ed intellettuale della sua parte; Tamara Balducci, ed è cosa assai rara in scena, è riuscita a “divenire” personaggio poco a poco, ha “preso corpo” lentamente, con costanza e coerenza. Non c’è dubbio che questo suo cauto scoprirsi, questa crescita così naturale, siano stati elementi decisivi per accompagnare il pubblico verso uno stato emotivo più sottile e al tempo stesso più profondo. Clôture de l’amour, opera in qualche modo apparentata con certe opere di Rodrigo Garcia per l’ossessivo desiderio di verità e di liberazione (“la sincerità nell’arte”, l’utopia che cantava in una vecchia canzone Rino Gaetano), ha avuto il pregio di una regia semplice ed efficace, mirata ad assecondare con complicità l’intenso meccanismo drammaturgico che la sosteneva.

Di certo più intenso della pioggia genovese che forse ha impedito, purtroppo, a molti di godersi uno degli spettacoli più belli di questa stagione teatrale.

Tamara Balducci e Luca Lazzareschi

Tamara Balducci e Luca Lazzareschi

CLÔTURE DE L’AMOUR

di Pascal Rambert

Regia: Pascal Rambert

Versione italiana: Bruna Filippi

Scene: Daniel Jeanneteau

Personaggi e interpreti: Luca Lazzareschi e Tamara Balducci

Produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione con il sostegno dell’Institut français nel quadro del progetto “Théâtre export”

Lo spettacolo è andato in scena dal 15 al 19 gennaio 2014 al Teatro Duse

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