Riceviamo e non pubblichiamo. Ma replichiamo.

di Diego Pizzorno

È giunta replica piccata dell’attore Daniele Timpano alla piccola recensione del suo Zombitudine comparsa sull’Aringa a mia firma nei giorni scorsi. Ritenendo di non dover pubblicare quello che è stato un messaggio inviato via mail – il che rappresenterebbe una qualche forma di scorrettezza – è bene tuttavia che la risposta prenda i canali pubblici dell’Aringa. Le ragioni sono molte; ma per intanto si può dire che noi non conosciamo personalmente Timpano, il quale forse avrebbe potuto servirsi di un semplice commento in calce alla recensione, evitando così il chilometrico sfogo privato, il ricorso a insulti piccini quale “sedicenti critici” piazzato lì a infamia dello scrivente, e soprattutto una avvilente insofferenza nei confronti delle critiche. Riteniamo che ridurre un appunto mosso al suo lavoro a una scaramuccia tra singoli sia piuttosto squalificante. Perciò risponderemo qui, cercando di evitare eccessive e noiose lungaggini.

Timpano scrive assicurandomi “che (dal punto di vista di chi lo spettacolo lo ha scritto diretto e interpretato) nessuna delle pseudo-argomentazioni addotte ha senso alcuno minimo (non in riferimento a quello che noi facciamo in scena perlomeno)”, dispiacendosi inoltre per “una incomprensione così radicale di quello che è assolutamente il nucleo del lavoro”. Ma chiunque – sia esso critico, censore, osservatore o spettatore – si forma una propria interpretazione sul singolo spettacolo visto. Il fatto che essa possa confliggere con i significati che l’autore voleva dare al proprio prodotto dovrebbe essere imputato all’autore stesso. Problema comunicativo. Ma Timpano sostiene che è lo scrivente a non capire un’acca, e che soltanto chi ha scritto, diretto e interpretato ha lo scettro della corretta interpretazione. In aggiunta – e a fine mail – Timpano copia-incolla addirittura una recensione ortodossa dalla quale con tutta evidenza dovrei imparare, e che invece non citeremo neppure, per carità di patria. La verità è che questa delle incomprensioni è una storia vecchia e vagamente furbina, che ricorda certe immagini tragicomiche di artisti incompresi e vittima dell’ignoranza altrui. Sono cose che insomma, come si suol dire, non fanno bene a nessuno: all’artista (presunto tale), alla sua (presunta) arte, al (presunto) critico, il quale non  è “censore”, come Timpano scrive, ma soltanto un osservatore che muove critiche.

Ma cosa c’è di insopportabile nel (presunto) maltrattamento dell’Aringa? L’attore romano, che a sua detta passa dalla depressione all’incazzatura mail facendo, sostiene che lo scrivente scambia “la leggerezza per superficialità, la comunicazione di un senso di impotenza e di morte e di mancanza di speranza per mancanza di coraggio di dire chissà cosa”. La semplice verità, caro Timpano, è che il lavoro non mi ha trasmesso alcun messaggio in grado di farmi riflettere, allineandosi piuttosto alla trita e generale lagna imperversante. Un dipinto di conformismo. Preso atto di ciò, ritengo che lei non dovrebbe farne il piccolo psico-dramma che ne fa. Lasci perdere le recensioni “di parte”, come lei deve ammettere a proposito dell’articolo che mi ha cortesemente fatto avere, faccia un sondaggio, possibilmente vero, tra il suo pubblico e ne tragga le dovute conclusioni circa l’efficacia comunicativa del suo lavoro.  Se è un problema soltanto di chi scrive non avrà di che preoccuparsi. Oppure ritiene che le sia dovuto un consenso assoluto, pena la sua scomunica rabbiosa e depressa? In fondo, anche questa della suscettibilità degli artisti è una storia vecchia e trita, di cui non ci sarebbe più da preoccuparsi. Ma tant’è.

  1. Dario Aggioli

    Premesso che non leggendo la mail di Daniele e neppure avendo visto lo spettacolo, il mio commento può andare a quel paese già da questo momento.

    Quello che appare una correttezza nei confronti del lettore dell’aringa e nei confronti di Daniele stesso non si trasforma in una scorrettezza?
    è corretto citare e non dire?
    La mail potrebbe essere stata stravolta nei contenuti anche in buona fede, no?

    Comunque premettendo che tutto sia come leggo, sia nella recensione che in questa (auto)risposta, il problema è una suscettibilità degli artisti o il sistema critico che li porta a questo?

    A parte che la domanda “a cosa serve ora la critica?” dovrebbe essere insita in tutti noi ogni giorno pensiamo di essere arrivati ad una risposta?
    è giusto arrivare ad una risposta?
    o è giusto rimanere a domandarselo sempre?

    Una persona lavora mesi ad un progetto, fa uno spettacolo che nasce e muore una sera e rinasce ogni giorno, che come zombie non molla e si rialza, l’altro va una sera, ne vede una porzione (perché la rappresentazione è solo il culmine del lavoro, ma spesso non è nemmeno la fine di esso perché questa arte è in continua evoluzione) e poi ne scrive, non la cancellerà più, non la modificherà e spesso non parla con gli autori prima; in più nella ricerca sul web, la critica è la prima cosa rimane dello spettacolo. Una visione parziale del lavoro, oggettiva e che magari fotografa un punto dell’evoluzione del lavoro che in due repliche è solo il passato, qualcosa che gli spettatori non vedranno; tutto ciò proprio per sua natura non è contraddittorio?

    Come può fare la critica a fotografare un lavoro, seguendone la sua fragilità ed evoluzione, rimanendo al servizio del sistema teatro stesso (intendendo con esso sia pubblico, che lettori, sia artisti che critici)?

  2. Certo che replicare a qualcosa che non si dà modo di leggere è in sè un atto di egocentrismo così ripugnante …

  3. Dario Aggioli

    Che servizio offre la critica se non riesce a fotografare l’evoluzione di un lavoro che dopo che è passato del tempo (ad esempio, tra debutto e le prime 20 repliche o dopo un sostanziale rimpasto nel cast o dopo anni) cambia totalmente?
    Come fa la critica a fotografare l’evanescenza del teatro?
    è al servizio del sistema teatro oggi, se racconta ciò che ieri era e oggi non è più?

  4. selvaggia crescenza

    Forse Timpano dovrebbe considerarsi come una star di Hollywood fotografata da un paparazzo mentre era in ciabatte e portava a passeggio il cane.

  5. @alessandro
    secondo me Pizzorno ha fatto bene a non pubblicare la risposta di Timpano che, se avesse voluto renderla pubblica, l’avrebbe postata direttamente in questo spazio. Ma era giusto che, se lo sentiva, si difendesse pubblicamente. Trovo che il modo usato sia invece giusto da un punto di vista deontologico. Visto che offre dei virgolettati.
    La riflessione di Dario è interessante, ci devo pensare un po’.

  6. Qui non sono in ballo i bizantinismi di una qualsiasi teoria critica; qui siamo ai fondamenti dell’agire intellettuale. Non è scorretta la mail di Timpano: è patetica e arrogante, nei contenuti e nei modi; e ancor più lo è la reazione di quest’oggi. La libertà di pensiero non è uno slogan; è anche e soprattutto la consapevolezza di poterla subire. Timpano è pur libero di fare il suo sfogo via mail. Non lo è di scatenare una cagnara che – se non fosse che parliamo di cose davvero leggere, come direbbe lui – farebbe gridare alla spedizione punitiva. Se questo è lo spessore culturale, intellettuale, ma verrebbe da dire anche: caratteriale, degli attori, siamo freschi…

  7. Scusate ma non facciamo un mito pro-aringa critica in particolare o pro-libertà di pensiero in generale di questa cosa. Io ho mandato una mail antipatica (che non ritengo né patetica né arrogante) ieri, non l’ho alzata io una cagnara oggi. Per me poteva finire ieri o proseguire in privato per giorni a tempo perso (ma magari con piano piano più proficuo confronto intellettuale). Sui contenuti espressi in questa risposta (che se la mia mail era arrogante allora cosa si può dire dei toni sufficienti egocentrici e automitopoietici di questa?) posso solo dire che dissento. Poi nessuno dice, né qui ora né ieri sera, che non sia legittimo esprimere pensieri che trovo assolutamente non acuti e superficiali. Ho sbagliato a rispondere. E forse a non rispondere subito pubblicamente. Certo non pensavo che tanta parte di questa giornata sarebbe stata sprecata da così tante persone, qui e su Facebook, per queste chiacchiere da bar che sventolando la bandiera dei massimi principi. Buon lavoro. Ho scritto qui solo per non lasciare una almeno vaga traccia di un pensiero che mi appartenga in queste pagine che contengono il mio nome.

  8. Dario Aggioli

    Il fatto che un critico prenda uno sfogo personale via mail, di un attore che difende il proprio lavoro (e ricordo ancora una volta è molto più complesso di un semplice andare in scena) come patetico e arrogante, non dimostra quanto questo critico sia lontano dal lavoro dell’artista?
    Come può un critico parlare di un lavoro quando è così estraneo dal questo mondo, non comprendendone invece la fragilità?
    La libertà di espressione permette di potere esaminare superficialmente ed erroneamente un lavoro?
    Non dico che questo sia il caso, ma la libertà di espressione permette tutto a tutti?
    Questa è libertà di espressione?
    In nome della libertà di espressione va sempre tutto tollerato?
    Esiste una tolleranza positiva e una negativa?
    Esiste una intolleranza positiva e una negativa?
    Ora come ora uno apre un blog e questo lo eleva ad un critico, che può difendersi dietro la libertà di espressione anche se descrive un mondo senza comprenderlo, questo non è proprio uno dei punti su cui il “bene amato” ordine dei giornalisti fonda la sua lotta verso i giornalisti online (che infatti non hanno il tesserino)?
    Se così fosse non sarebbe il caso che un “codice etico” più vasto si autoimponesse per tutelarsi da se stessi?

  9. MM

    In effetti è del tutto scorretto pubblicare una replica senza dare al lettore modo di leggere la risposta di Timpano. A prescindere dal contenuto e dai toni, a mio parere discutibili del critico, c’è un vizio di fondo veramente grave. Siamo proprio all’abc non dico del giornalismo, ma della buona creanza.

  10. francesca garofoli

    Daniele, spero vorrai perdonarmi se intervengo fuori tema: hai sbagliato a lamentarti dell’articolo critico (che poi, se proprio vogliamo precisare, più che di critica, di opinionismo si trattava). Hai sbagliato perché malgrado l’intento svillaneggiante e i toni del “la so più lunga io”, ti ha reso un onorato tributo. Sì, perché leggendo l’articolo ho pensato a quella poesia di Kavafis, sai quella dei barbari, che stai lì ad aspettarli e non arrivano mai… Che se le mie competenze letterarie anziché critiche non si sono deteriorate, credo proprio fosse il senso della tua performance. Che detto sempre per mero opinionismo, mi è piaciuta proprio per il suo essere “impalpabile”. Come l’attesa dei barbari.

  11. Io invece seguito a pensare che tra la calata degli zombie e quella dei cortigiani qua, sul web, ce n’è per piangere lacrime amare. O per non andare a teatro per i prossimi 15 anni. Mi sa che quella sugli zombie era una auto-celebrazione.
    Comunque, due cosine due vorrei lasciarle all’attenzione dei più avveduti. Perché non chiedere a Timpano di pubblicare lui la mail? C’è di che ridere, per dirla con Matteo Renzi. In secundis, ci terrei a sottolineare che siamo addirittura arrivati a vaneggiare di «un “codice etico” più vasto» e, più in generale, all’idea che bisognerebbe evitare la libera espressione.
    Continuo a ritenere che nessuno di voi ci stia facendo una bella figura.

  12. Buonasera,

    innanzitutto grazie a tutti per la vostra partecipazione e per i vostri punti di vista.

    Come molti di voi avranno avuto modo di vedere, una parte di questa discussione ha avuto luogo su facebook, in un post di Andrea Pocosgnich che è stato commentato da tantissime persone. Purtroppo non ci è stato possibile leggere tutti i commenti in tempo reale, né rispondere a tutti, né rispondere con maggiore velocità.
    Per chi fosse capitato qui per la prima volta, Aringa Critica è nata la scorsa primavera in seguito a un seminario di critica che ha avuto luogo presso il Teatro Akropolis, a Genova.
    L’esperienza del seminario ci ha permesso di incontrarci e di condividere un’esperienza talmente ricca che, in seguito, abbiamo pensato di continuare la nostra attività di critici (con e/o senza virgolette, più o meno sedicenti) attraverso questo sito (ma se preferite, chiamatelo tranquillamente blog). Chi scrive qui si occupa di teatro per ragioni di studio, lavoro, ricerca oppure per una combinazione di questi elementi.

    Cercando di andare definitivamente oltre le troppo complesse e a volte troppo personali questioni che sono venute fuori in questi giorni (invito dunque tutti i partecipanti a deporre le armi), credo che questa potrebbe essere l’occasione ed il giusto pretesto per dare vita a quel dibattito che ci vede coinvolti e che riguarda l’agire di tutti: artisti e non.

    Se è vero che è possibile parlare di “nuova critica”, non sempre è possibile dire la stessa cosa dei lettori. A mio avviso – e con questo non sto facendo un appunto, ma una proposta – sarebbe bello fare insieme il tentativo di guardare alla critica a partire da chi la “usa” e la “consuma”. Qual è la situazione attuale? La mia impressione, per esempio, è che troppo spesso si tratti di un dialogo a due voci tra critici e artisti, mentre il vero pubblico, come accade in molti teatri, resta fuori. Quanti dei commenti ricevuti qui e su facebook sono stati scritti da spettatori “non critici” dello spettacolo in questione?
    E’ evidente come nel (quasi) 2014 non sia più possibile dissociare questo lavoro, in tutta la sua complessità, da quello di una pura attività di “comunicazione”. A volte, personalmente mi accorgo che esiste un certo disagio di fronte a certi termini che ancora consideriamo in qualche modo “cangianti”, perchè ancora non si sono consolidati nel linguaggio del nostro ambito. Per dirla in poche parole, in alcuni casi parlare di critica come comunicazione è una cosa “bella”, perchè si raggiungono più persone (sarà poi vero?), mentre in altri casi compare minaccioso l’incubo di un approccio troppo pubblicitario e “superficiale” che porta ad una perdita di specificità.

    Ma insomma, questi che ho appena scritto sono solo facili esempi: le cose di cui si potrebbe parlare sono tante e di certo non cerco di esaurirle qui. Spero vivamente che qualcuno raccolga l’idea di un confronto più ampio e più adeguato di questo, magari in un’occasione in cui potremo – volendo – deporre gli schermi, riprendere in mano le armi e provare il brivido di dire la nostra guardandoci negli occhi.

    G.C.C.

  13. Dario Aggioli

    Ecco purtroppo caro Diego, mi sa che tu non sai proprio leggere o fare il tuo lavoro.
    Se tu sapessi leggere scopriresti che dopo le mie frasi che ho scritto sui miei commenti c’è sempre un segnetto stortino che si chiama punto interrogativo.
    Questa volta non lo metterò, poiché le altre volte io volevo aprire a delle discussioni e a delle idee, questa volta dico tranquillamente la mia.
    Purtroppo non sai di quello che parli, perché la libertà di stampa e di espressione sono tutelate, ma come lo è la difesa e inoltre la libertà di espressione ha anche dei limiti regolati dalla legge.
    Timpano ha sbagliato lo sappiamo tutti e lo abbiamo detto. Come tu hai sbagliato a pubblicare solo quello che ti pareva.
    Da quella che tu chiami libertà di espressione l’albo dei giornalisti tutela con una deontologia professionale che non ti avrebbe fatto pubblicare una risposta simile senza citare così parzialmente la risposta.
    Il “codice etico” come lo chiami tu, che pensi che io abbia suggerito (perché al corso di giornalismo forse eri assente alla lezione sui punti interrogativi), non è necessario, ma mette voi “finti” giornalisti davanti ad una problematica presente nella situazione attuale.
    Chiamo “finiti” giornalisti quelli del web, non per insultare, ma perché proprio così in Siae siete stati chiamati pochi giorni fa.

    Il mio quesito era posto in vostro favore perché proprio pochi giorni fa la Siae, a me povero esercente, ha fatto notare che da legge non esistono i ridotti cortesia o i biglietti sotto il 50% del prezzo dell’intero (per l’esattezza li hanno chiamati “sospetti”) e ci hanno ribadito che gli omaggi sono il 5% del numero dei posti e i giornalisti provvisti di tesserino non hanno bisogno nemmeno di quello, mentre i “finiti” giornalisti devono pagare o ricadere negli omaggi.
    E abbiamo aperto una discussione sui giornalisti online che qui risparmio, chiaramente io in vostra difesa e il signorotto della Siae in attacco.

    Quando sono uscito di lì, ho pensato che come al solito la Siae è rimasta indietro.

    Ora leggo un tizio (non parlo anche degli altri collaboratori dell’aringa, tra cui Gaia con cui ho scambiato piacevoli e interessanti discussioni anche sul fb di Andrea Pocognisch), cioè te, che
    1- prima pubblica una risposta senza pubblicarne la fonte se non parzialmente (MOLTO PARZIALMENTE SERGIO, CONOSCENDO LE MAIL LUNGHISSIME DI TIMPANO)
    2- dimostra un difetto che dalla prima recensione si evince e che lo abbassa di livello da critico oggettivo a scrivano egocentrico e soprattutto tale difetto gli fa perdere fiducia da parte di noi operatori
    3- poi insulta l’artista più volte rispetto alla risposta (invita in forma privata), tralasciando che nei vari commenti molte persone gli facevano notare che la fragilità e il rapporto di un artista con il proprio spettacolo vanno presi in considerazione, dato che la rappresentazione ne è solo una “presentazione di un attimo” e spesso non è nemmeno il culmine del lavoro stesso. Questa cieca posizione dimostra come tu sia lontano dal mondo che racconti e perciò anche qui la tua “affidabilità” cade vertiginosamente.
    4- le varie domande che aprono ad una discussione più ampia che esula dalla contingenza e apre su qualcosa di più vasto, lui (tu) le legge come se fossero un attacco personale (perché penso che tu immagini un mondo in cui i critici siate solo tu e il tuo Ego)
    5- ora mi offende perché non sono tra i suoi cortigiani, ma tra i presunti cortigiani di Daniele Timpano (perché tu e il tuo Ego non riuscite a far pace con il fatto di non essere amati e apprezzati da tutti o perché tu e il tuo Ego, presumibilmente a cena insieme godete del fatto che si parli di voi, nel bene o nel male?)
    [attenzione credo che si parli di me come “cortigiano” di Timpano, poiché di fatto sono quello che ha difeso l’artista in questione sono solo io, gli altri hanno parlato della questione di pubblicare o meno la risposta, ma è stato un po’ superficiale e semplice non scrivere di chi si stia parlando, ma si evince dai commenti e da questo post che sia pratica di questo critico non essere chiaro appositamente]

    Visto tutto questo, a distanza di pochi giorni dalla discussione in Siae, forse penso che un fondamento la posizione della Siae spalleggiata dall’ordine dei giornalisti ce l’abbia.

    Mi spiace che invece per Gaia che si sia sorbita tutta la tiritera su fb
    ma a lei dedico queste domande
    Chi sono i lettori dei critici?
    Chi sono gli spettatori?
    Quando e come parla la critica?
    A chi parla?
    Ci sono gli spettatori a teatro?
    Che funzione ha la critica?
    Che funzione assume?
    Come viene utilizzata?
    Perché gli artisti sono così legati alle recensioni, se non le leggono gli spettatori?
    A chi tengono gli artisti?
    Se il dialogo si è ristretto ad artisti e critici, va ridisegnato il dialogo? Va spostato?

    a presto

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