“Zombitudine”, Daniele Timpano e Elvira Frosini in prima nazionale al Teatro della Tosse

di Diego Pizzorno

Quale il messaggio di Zombitudine? Uno spettacolo piacevole e senza squilli, con un monotono silenzio che disturba quanto un grosso zanzarone. Un uomo e una donna – richiamo forse ai primordi dell’umanità – agiscono sullo scenario: l’interno di una cassa da morto. È forse uno psicodramma leggero, tra la farsetta strappa risate e il (non) denunciato pericolo epocale. Presto ci si accorge che “forse” è un termine che non può che ricorrere nella riflessione sullo spettacolo.

Gli zombie sono fuori. Presto arriveranno. In quest’atmosfera assediata, Daniele Timpano e Elvira Frosini si agitano, disperando di salvarsi dalla minaccia non definita. Gli zombie, del resto, sono tutti e nessuno: sono fuori, sono fuori e stanno arrivando. La bara – presto identificata con lo spazio chiuso del teatro – diviene un grottesco riparo declinante in trappola mortale. Ma la morte non c’è, neppure lei. C’è lo stato di zombitudine. Una cosa a metà, indefinita. Ma è allora un attacco satirico e sincero alle nevrosi del contemporaneo? No, lì sta l’ultimo baluardo di una realtà più reale di quella che sta di fuori: qui è possibile farsi beffa dei social network, ritenendo che il cinema sia un volgare parente cannibale. La cultura alta soccombe sempre di fronte alla cultura bassa. Ci sarebbe ancora spazio per sbertucciare quel dannato equivoco. Ma manca anche questo coraggio. Perché – a dispetto della iniziale e tambureggiante invocazione a “prendere una posizione” – lo spettacolo non lo fa. Sì, c’è l’evidenza di un nichilismo di valori ben rappresentato dalla truppa di zombie che finalmente arriva, rumoreggiando e mostrando slogan su cartelli, in un pasticcio di comunismo, democrazia, preti e altro. Ma la denuncia – se pure doveva esserci – si sgretola da sé. Il tema è vecchiotto. Rimane una prova attoriale piacevole. Perché i due sono bravi. Un racconto dell’odierno, ma senza consapevolezze, né alcun coraggio. Forse sono così i nostri tempi. O magari è così che piace disegnarli, raccontarli, metterli in scena. Una testimonianza, che piacerà a chi indagherà un domani. “Forse” sconfortante.

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