Un caffé con Federica Loredan e Chiara Martinoli: la compagnia Kibaro

di Diego Pizzorno

È un fatto calmo, incontrare Federica Loredan e Chiara Martinoli della compagnia Kibaro. Provenienti da percorsi formativi assai eterogenei, hanno entrambe l’abitudine di rifuggire le etichette. La chiave della loro ricerca, infatti, è proprio nella sperimentazione. Di loro, l’Aringa ha seguito qualche tempo fa una performance divertente e sbarazzina al Castello d’Albertis –  “Echi e visioni” – che ci ha spinti a intervistarle, per comprendere origini e direzioni del loro lavoro.

Per Federica non è facile una presentazione. Il suo ricco percorso l’ha portata a studiare musica al conservatorio e la sua formazione di danzatrice attraversa la danza classica, moderna e contemporanea. Nella sua ricerca, Federica spazia dal tip-tap all’hip-hop, fino alla body percussion. La sua caratteristica è quella di lavorare sempre su più fronti: si dedica alla formazione, è regolarmente invitata a tenere laboratori coreografici e ha all’attivo un progetto di composizione musicale con un beat-maker. Il tutto senza dimenticare collaborazioni con formazioni gospel, laboratori di danza con ragazzi sordi e, soprattutto, il progetto Kibaro.

Parlando di sé, Chiara racconta che “lo stile non interessa”: preferisce concentrarsi sull’efficacia del lavoro con il corpo, qualsiasi esso sia. I suoi trascorsi sono diversi: ha iniziato con la danza africana, quando era ancora confinata agli spazi underground, tra pavimenti di cemento “pieni di buche” e insegnanti tutt’altro che ortodossi. In Francia ha trovato poi, almeno per un periodo, una seconda patria: prima a Bordeaux con Koffi Koko e Vincent Harisdo, poi all’accademia di Georges Momboye; un percorso che ha consolidato sia la tecnica sia il suo desiderio di rendere la danza africana più “contemporanea” e capace di parlare del nostro tempo. Tornata in Italia, l’incontro con la coreografa Monica Casadei la distanzia dagli insegnamenti puri, facendola uscire dagli stretti ambiti della danza africana. Poi il progetto Kibaro, con Federica Loredan, Demian Troiano Hackmann e due talentuosi musicisti: Adriano Lucania, Daouda Diabate.

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Come nasce e come si sviluppa il progetto della vostra compagnia?

Kibaro nasce nel 2006 per mia iniziativa (Chiara n.d.r.), con l’idea di presentare ogni anno progetti con artisti diversi. Nel 2007 abbiamo portato in scena Sale, un assolo di danza con Lorenzo Gasperoni. Nel 2008, Uomini e dei è stata una rivisitazione – sulla base dei principi della scena italiana e del teatro contemporaneo – del rituale Candomblé, insieme al coreografo che avevo conosciuto in Brasile. Il terzo lavoro è nato con Giulia Ceolin, danzatrice triestina che lavora a Torino. Si trattava di Cocoon, uno spettacolo sulla maternità, ispirato alla mia esperienza; uno spettacolo che ha avviato la compagnia al percorso di sperimentazione che sta proseguendo oggi dopo il nuovo incontro con Federica – con la quale avevo già lavorato – e con Demian. Cocoon era troppo africano per la scena contemporanea e troppo contemporaneo per i puristi della danza africana; e si muoveva verso uno sdoganamento della musica africana.

In questo vostro percorso artistico decisamente eterogeneo, avete comunque raggiunto un vocabolario comune?

Ci stiamo lavorando. È in corso. All’interno della compagnia portiamo tutti un bagaglio estremamente eterogeneo, siamo tutti sradicati, in qualche modo; chi perché danza una danza non sua, chi perché viene da un altro Paese, chi si esprime anche in altre lingue… Ognuno di noi sta trasmettendo il proprio bagaglio di esperienze: principi dinamici o coreografici, punti di partenza che ci uniformano senza che si perdano i “colori” di ognuno di noi. Sapevamo di condividere molto. Noi due, per esempio, avevamo già collaborato come formatrici. Siamo partiti da punti di contatto già esistenti, e lavoriamo su un linguaggio comune, non definibile semplicemente come “danza” o come “musica”. Per comodità, parliamo di “danza sonora” o di “musica dinamica”; ma non c’è un’etichetta che vogliamo appiccicarci troppo addosso. Il vero linguaggio comune uscirà con il tempo. Per ora accettiamo le diversità, le facciamo convivere; e questo ci rende contemporanei, secondo noi, perché questo accade nella città moderna: genti diverse che condividono spazi comuni e riescono a trovare linguaggi comuni.

Entrando nello specifico di Echi e visioni. Avevate già iniziato a lavorare su questa idea e l’avete poi adattata gli spazi del Castello oppure si tratta di un progetto in situ?

Ni. Nell’inverno abbiamo fatto molte prove con in testa un progetto specifico e molto corposo, che vedrà la luce tra un po’ di tempo. Nel frattempo, abbiamo raccolto alcune proposte performative, tra cui un progetto portato avanti da Chiara che si chiama La vita è una danza e che ha presentato in tre conferenze danzate: nella Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale di Genova, alla Commenda di Prè e poi proprio al Castello d’Albertis. Qui, l’idea di lavorare con Kibaro ci ha subito ingolositi; e la cosa è stata resa possibile dal concreto interessamento della presidente Maria Camilla De Palma, cui va il nostro ringraziamento. Ci piaceva l’idea di lavorare in quegli spazi, come fosse una residenza, cercando di trarne il maggior numero di suggestioni. Per farlo, abbiamo cercato di penetrarne la storia che poi è la storia della vita del Capitano d’Albertis: un personaggio eccentrico e molto affascinante, su cui ci siamo documentati per farne rivivere alcuni dati biografici attraverso lo spettacolo.  Abbiamo imparato a vivere questi spazi come arricchimenti che una scena teatrale neutra non può dare. L’idea è quella di sviluppare il nostro progetto di spettacolo nei due ambienti, quello teatrale e quello degli spazi urbani.

Quali sono i vostri prossimi appuntamenti?

Continuerà sicuramente la collaborazione con il Castello. E non escludiamo di avviarne altre con altri musei. Stiamo, poi, partecipando a bandi di residenza per poter sviluppare il progetto. Il nostro problema è quello di non avere, attualmente, una sede fissa, quindi finora abbiamo utilizzato spazi diversi, auto-finanziandoci proponendo seminari e workshop.

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Il prossimo appuntamento è sabato 30 Novembre, al Castello D’Albertis

alle ore 18.30 e alle 20
(è necessaria la prenotazione tramite telefono 010 2723820 oppure tramite e-mail biglietteriadalbertis@comune.genova.it, maggiori informazioni qui)

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  1. viva le interviste come queste. bravi voi!

  2. Pingback: CIE KIBARO – COSI SCRIVONO DI NOI « Federica Loredan

  3. Pingback: Cie Kibaro di nuovo in scena al castello d'Albertis - Federica Loredan - teacher and choreographer

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