Una riconoscibile tradizione di ricerca: la rassegna Intransito al Teatro Akropolis

di Gaia Clotilde Chernetich

Genova città di teatro? A volte, sì.

Lo ha sottolineato anche Dario Fo, qualche settimana fa, raccontando alcuni momenti della sua vita e chiedendo alla cittadinanza di sostenere il Teatro Archivolto, ancora tristemente a rischio chiusura. E in effetti un certo fermento c’è, settimana dopo settimana e nonostante tutto. Ogni teatro si fa ambasciatore di un certo tipo di spettacoli e portavoce di un certo tipo di pubblico; in questo senso, il Teatro Akropolis si dedica per vocazione alla contemporaneità e alla ricerca, come un cantiere aperto nel quale è possibile vedere il teatro nel suo continuo farsi e disfarsi.

Nata dalla collaborazione tra l’Associazione Culturale La Chascona, Officine Papage e Teatro Akropolis – con la promozione del Comune di Genova – la rassegna Intransito ha portato in scena sei progetti di compagnie under 35, mentre oltre ottanta sono state le candidature pervenute. Il bando offriva un premio di 1250€ che, per questa prima edizione, è andato a Elisa Bottiglieri e Raffaele Tancredi Rezzonico che hanno presentato Milena, un monologo nel quale Elisa Bottiglieri scava tra le pieghe di una femminilità in crisi, vittima di una catastrofe irresistibile, amara e ironica, leggera e veritiera. Un buon lavoro, fatto di buona recitazione, un buon testo e una buona regia. Brava.

La giuria formata da Laura Santini, Elena Rosselli, Roberto Rinaldi, Donatella Diamanti e Fabrizio Arcuri ha premiato, dunque, una proposta che gioca con la leggerezza, attraverso un’ironia amara che si situa – a detta loro – “in una tradizione riconoscibile”.

Nel programma, in due serate, tre compagnie romane, una compagnia milanese e una genovese hanno portato in scena il loro modo – diverso – di fare ricerca nell’ambito del teatro. E se questo davvero era l’obiettivo, che lo si voglia o meno, parlare di “tradizione riconoscibile” diventa un vero e proprio problema poiché, se è di ricerca che stiamo parlando, non avrebbe avuto senso dare un premio per la capacità di inserirsi in una certa “tradizione”, qualsiasi essa sia. Sia chiaro, non si vuole sollevare nessuna polemica, ma questa breve riflessione ha il solo scopo di fare un po’ di luce sulla componente quasi misteriosa della contemporaneità, specie di quella teatrale, e allora “riconoscibile” – si intende – diventa un aggettivo dai mille significati. Ma veniamo ai progetti.

Dopodichè – stasera mi butto del Collettivo Generazione Disagio (premiato con una menzione speciale della giuria) e Save the world della Compagnia Locchi32 parlano della quotidiana precarietà dei giovani: dottorandi aspiranti suicidi e precari travestiti da supereroi ci ricordano che il disagio è forte, sempre di più, e non basta la scena, il dramma, per affrontarlo e per parlarne. Ormai siamo alla frutta, e non ci resta che ridere, o partecipare a un reality. Perchè no? Entrambe le compagnie giocano con l’assurda tristezza di un presente scomposto e impossibile, televisivo, immaginifico e giocoso. Sempre la solita storia? No, perchè il problema è reale almeno quanto l’assenza di una via d’uscita. Ma per parlare di ricerca teatrale questo non basta, non ci convince.

Sono le compagnie romane presenti alla rassegna a portare in scena il gusto di una ricerca un po’ a parte, dove la drammaturgia si mostra più lavorata, intagliata dal peso di una realtà talmente drammatica da sfiorare il reale contemporaneo.

Atto di dolore del Gruppo Gnut è un monologo, una compita confessione religiosa che perde continuamente il contegno, sfiorando l’onirico. La recitazione la possiamo immaginare più affilata, ma l’idea c’è ed è quella di un testo fatto come un origami che allo stesso tempo svela e nasconde diverse parti del tempo presente.

In Formiche, la compagnia Spezzano/Tavano dà vita a una recitazione ardente, come la sirena che – presente sul palco – ogni tanto s’accende e fa vibrare i timpani. Bonjour inquiétude!, verrebbe da dire: è un sogno, non lo è, sono due, è la stessa persona, e le formiche cosa c’entrano, dopotutto? Ma gli attori sono più che bravi e la loro forza, come una sinergia, è convincente. Nel lavoro emerge anche la consapevolezza del corpo scenico, come una danza, anche se solo accennata. E poco importa se la donna ideale è una bambola gonfiabile, basta che stia zitta e sia onesta, e in questo caso lo è davvero.

Ma c’è stato a nostro avviso un progetto che avrebbe meritato, davvero, un riconoscimento. Forse non è stata troppo fortunata la sorte che l’ha fatto andare in scena per primo, in apertura di rassegna. Macaron della compagnia Leviedelfool è un lavoro complesso sul tema del viaggio, dove la ricerca teatrale è creata non solo nella fisicità cangiante e chiara di Simone Perinelli, ma anche nella trasversalità del testo, capace di legare le vicende parigine di un’italiana rigorosamente all’estero con quelle di un Odysseo, in una rete di partenze e ritorni che finiscono per evocare – come un elogio del presente – la nostra condizione di esseri umani immobili, di fatto, sempre in viaggio e sempre al punto di partenza. Basta un cambio di punto di vista.

Tanto sarebbe bastato, infatti, per far valere questo progetto sugli altri. Se ci chiediamo cosa sia la ricerca nel teatro contemporaneo, per esempio, questa potrebbe essere una risposta. O almeno un valido esempio di tentativo. In uno spazio rettangolare di sabbia, di spalle al pubblico, Simone Perinelli scrive nell’aria, “3199 anni fa oppure oggi”, e descrive una narrazione sfaccettata dove il presente sotto forma di cliché si rinnova alla luce fioca della mitologia. Come alla ricerca di una vita precedente, il viaggio è un avanzamento nello spazio e nel tempo il cui scopo è l’approfondimento del passato, della sua coscienza. E questo è un modo di affrontare la ricerca, ce ne accorgiamo anche perchè ci lascia solo parole che sentiamo incomplete, segno che molto è stato detto, e che dentro ancora lavora.

Ora che la rassegna è conclusa resta il senso positivo di apertura che l’iniziativa ha trasmesso, al numeroso pubblico presente, senza dubbio, ma anche alle giovani compagnie invitate e alla scena teatrale cittadina. In attesa della prossima edizione, per la quale si spera che ricerca e tradizione saranno diventati nel frattempo – per noi, si intenda! – termini un po’ più riconoscibili e chiari.

Milena_Elisa_Bottiglieri_1(Nella foto, la vincitrice del premio Elisa Bottiglieri. Fotografia di Cora Limuti)

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