Tra teatro classico e fiabe, i primi giorni dei “Ragazzi sul palco”

di Paola Fossa

Riportiamo, da Borgio Verezzi, qualche immagine dalle prime giornate del Festival “Ragazzi sul palco”.

La moglie ebrea: il dramma dell’Olocausto in un intenso monologo

Il Liceo Scientifico Issel di Finale Ligure porta in scena, per la prima sera del Festival, il nono quadro di Terrore e miseria del III reich di Bertolt Brecht. Il monologo riporta l’esperienza di una giovane donna ebrea tedesca costretta ad emigrare in Olanda per sfuggire alle incipienti restrizioni raziali. La donna, borghese, sposata ad un medico tedesco, si prepara per la partenza: al centro della scena una valigia, in cui la giovane attrice piegata e ripiega la biancheria con gesti straordinariamente precisi e puliti. Quindi, alcune telefonate agli amici, per salutarli alla vigilia di un viaggio dall’esito del tutto incerto: gli amici delle partite di carte (“fa freddo, quando fa così freddo non è più il caso di giocare”),  la cognata Gertrude, l’amica Anne. Il tono è funereo e – forse troppo – appiattito sulla tristezza del proprio destino. A dominare è, tuttavia, un’immensa delusione: nessuno all’altro capo del filo comprende l’urgenza e la drammaticità del momento, con la superficialità di chi non è toccato direttamente dalla tragedia. Ultima delusione – che avrebbe dovuto essere forse maggiormente sottolineata da un cambiamento di tono – il dialogo immaginato col marito Fritz, che considera la moglie una minaccia alla sua carriera: rientrato a casa, ben lungi dallo sconfessare le pessimistiche previsioni della donna, le conferma con un’indifferenza quasi troppo ben recitata. I due giovani interpreti si muovono con disinvoltura e precisione in una regia pulita e priva di fronzoli, con scelte musicali essenziali appena sul filo della malinconia.

Quella notte che ti ho incontrato: la vita è un movimento fluido

Splendido esempio di teatro corporeo, lo spettacolo della scuola media Don Milani di Genova porta in scena una classe, con i suoi gesti e il suo vissuto. Partendo dall’esperienza di una notte a scuola, al buio, torce elettriche alla mano, alla scoperta dell’altro da sé. I giovani artisti, guidati dall’attento lavoro della professoressa Silvia Vidotto, si muovono con straordinaria agilità su una colonna sonora sapientemente scelta, trasformando in movimento le relazioni che in una classe si creano (e si distruggono): amicizie, litigi, odi, affetti, giochi. Unici oggetti in scena con loro, nove sgabelli di legno, che sono, a seconda del momento, sedie, scale, torri, panchine, sostegni, nascondigli; sono allineati da due attori a formare una strada per una ragazza sempre sull’orlo del precipizio, che però ad un certo punto inizia a costruirsela da sola, la sua strada; sono scavalcati come ostacoli di una corsa forsennata; sono letto, banco di scuola, davanzale da cui guardare lontano. Il movimento degli attori tra loro e con gli oggetti è fluido e continuo, sembra passare da un corpo all’altro con la più totale naturalezza, è la scoperta compiuta della fiducia reciproca e del “sentirsi” a vicenda. L’incontro con l’altro diventa scoperta del doppio: e i giovani attori alternano a momenti di opposizione e di incontro momenti di movimento appaiato o riflesso, con una precisione e una potenza davvero ammirevoli. “Questi siamo noi – dice uno dei ragazzi attori – non si parla soltanto con le parole, ma anche col corpo, coi gesti che facciamo”. La forza della loro presenza in scena è ammaliante e stupefacente, cattura nella loro descrizione corporea del mondo e della vita e fa desiderare di non uscirne.

La dignità del pagliaccio e l’amara ipocrisia del potere

È una favola quella messa in scena dall’Istituto Duchessa di Galliera di Genova nel pomeriggio del secondo giorno di festival. La perfida e crudele regina Io regna indisturbata su una popolazione di “pedine”, tessere di puzzle grigie e numerate, terrorizzate, senza nome, prive di desideri e di speranze. Accanto alla regina, due dame del terribile “Ordine delle Indignate”, e due sorelle principesse gentili ma sottomesse. Nel regno della regina Io, un giorno, arriva un colorato pagliaccio, buono e sorridente, che la regina assume per dare un volto umano alla tirannia. Ma ovviamente il pagliaccio decide di restituire il sorriso al popolo delle pedine, insegna loro a sognare e a ridere. Con l’aiuto della principessa Serena, la maggiore delle sorelle, il pagliaccio riesce a fomentare la ribellione e a detronizzare la regina; ma non appena Serena sale al trono, assume il volto del tiranno, perde la sua bontà e fonda anch’essa il suo regno sul terrore; le pedine tornano grigie e sprofondano nuovamente nell’abisso della sudditanza al potere. Il testo è ben scritto, accompagnato da canzoni semplici ma non banali, eseguite con levità; i vestiti delle principesse e delle dame, dipinti su piani di cartone come quelli delle bambole di carta, ne sottolineano la glacialità e la piattezza di sentimenti. Una – ben fatta – favola amara sull’ipocrisia e la crudeltà del potere.

Nostoi – Ritorni

Il ritorno e l’attesa, al centro del raffinato lavoro dei Coribanti, storica compagnia del Liceo Chiabrera-Martini di Savona, per la regia di Francesco Fiaschini. In una scenografia complessa e dettagliata, una moltitudine di personaggi, sempre splendidamente interpretati, narra l’incrocio di diverse storie: Euridice, morta, su un catafalco bianco al centro della scena, attende in abito nuziale Orfeo, che però si volta poi a guardarla sulle soglie dell’Ade condannandola all’abisso; è un Orfeo novecentesco, esplorato nella sua volontà di voltarsi per perdere Euridice e con essa la coscienza della morte; la sua controparte, è l’Euridice di Gesualdo Bufalino, che capisce – e accetta – che sia una lucida scelta di Orfeo la causa del suo non ritorno. Accanto a loro, Ulisse non riesce a tornare a Itaca, perché lì lo attende la fine delle avventure e la morte, e continua a vagare, pazientemente atteso da una Penelope a tre teste immobile, fisicamente entrata a far parte della casa. Il non desiderio di ritorno di Ulisse è lo stesso del capitano Achab, che si rifiuta di tornare da moglie e figlio e insegue la balena bianca. I due si sovrappongono, e mentre Achab trasforma la sua gamba di legno in arpione e colpisce Moby Dick (“l’arpione arriva come qualcuno che torna nel momento sbagliato”), la tricefala regina di Itaca viene sostituita da una voce disperata: con le sue rimostranze e le sue suppliche al compagno che l’ha abbandonata, nuova Penelope, la protagonista de La voce umana di Cocteau accompagna la fine di Achab tra i flutti. Le vicende principali si contornano poi di personaggi secondari o puramente simbolici, come le due donne che cuociono la minestra, simbolo di attesa, o i due dei che commentano la vanità dei destini umani. L’elaborazione testuale è complessa e interessante, raccoglie spunti da Omero a Cesare Pavese, da Bufalino a Joyce, da Cocteau a Melville, e li rielabora in un insieme armonico e – se non sempre di limpida comprensione –  intensamente suggestivo.

Volo di ritorno: in scena la ricerca di storia

La scuola media Pio Pasquini di Aquileia (UD), una delle scuole ospiti del Festival, ci offre una messa in scena tradizionale e semplice di un interessante lavoro di ricerca storica. La tematica scelta è quella dei desaparecidos, vittime della dittatura Argentina, e la coraggiosa opera di ricerca della verità portata avanti dal collettivo delle Madri di Plaza de Mayo. Gli eventi, illustrati attraverso una essenziale struttura narrativa, vengono ricostruiti con semplicità e schiettezza dai giovanissimi studenti, in scena in abiti neri, sullo sfondo di un lungo dipinto da loro realizzato: le sagome delle vittime, stilizzate, si sporgono da un fondo dai colori drammaticamente accesi, in una sorta di nuovo Guernica per un’altra tragica pagina di storia.

20 – 24 maggio 2013

IX Rassegna Regionale di Teatro della Scuola “Ragazzi sul palco”

Teatro Gassman

Borgio Verezzi

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